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"Il Messaggero" Lunedì 10 Luglio 2000 |
CARCERI
ITALIANE/1
Le celle ci sono, il ministero non lo sa
A Rossano Calabro manca il decreto di
apertura, ma ci sono 60 detenuti
dal nostro inviato
ANTONIO DE FLORIO
ROSSANO (Cosenza) — Le stanze con vista mare sono andate tutte esaurite. Sia
le singole (sono una decina) sia le quadruple (nello stesso numero). Tutte con
bagni in camera e angolo cottura. Ma c’è ancora posto, per almeno un
centinaio di ospiti. La vista di queste stanze dà sulla collina che non è
poi così male: tra la folta vegetazione, al Patirion, i monaci bizantini
eressero un suggestivo convento che tuttora resiste.
Benvenuti al penitenziario a quattro stelle di Rossano Calabro. Ufficialmente,
per la burocrazia ministeriale, non esiste ancora: manca il decreto di
apertura. Ma i detenuti sono cominciati a venire fin dalla domenica delle
Palme. Dapprima una dozzina; ora sono una sessantina. Con centododici agenti a
fare la guardia.
E’ uno dei quattro nuovi carceri inseriti nel pacchetto sicurezza
dell’ultimo consiglio dei ministri, 67 miliardi il costo, sei anni per
realizzarlo con un progetto "chiavi in mano" che ha avuto qualche
intoppo. Le ruspe quattro anni fa si sono fermate dinanzi ad una necropoli e
ad una villa romana risalente al II secolo dopo Cristo. Ne è nata una disputa
tra il ministero dei Beni culturali e quello della Giustizia. La soluzione è
stata all’italiana: sei tombe sono state trasferite al vicino museo di
Sibari con relativi reperti; la villa imperiale è stata ricoperta con un telo
bianco ed uno strato di sabbia e "terreno vegetale". La cappella del
carcere è stata spostata di qualche metro perché il cemento non ferisse
tanti nobili resti.
I rossanesi che vantano nella loro storia due Papi e un Antipapa e un
preziosissimo Vangelo del VI secolo con raffigurazioni in oro zecchino,
custodito nella cattedrale, dinanzi al penitenziario a quattro stelle storcono
il naso. «E’ un regalo — dice il sindaco Giuseppe Caputo, eletto nel
primo mandato in una lista che si chiamava "Mani pulite" — di cui
avremmo fatto volentieri a meno, così come della centrale Enel, che dà da
lavorare a più di trecento persone ma è nettamente in contrasto con la
vocazione agroturistica del nostro territorio. Non vorrei che nel nostro bel
carcere arrivassero i Totò Riina o i Piromalli. L’indotto che questi
personaggi potrebbero creare ucciderebbe la nostra economia».
Il comandante delle guardie carcerarie, Giuseppe Barba, getta acqua sul fuoco.
E’ passato in trentasei anni di carriera per l’inferno di Poggioreale, per
i supercarceri di Palmi e Pianosa e dice: «Nessun pericolo. Questa casa di
reclusione va considerata come una sezione della Fiat, che porterà al paese
lavoro. Dei sessantaquattro ospiti attuali, tutti con condanne definitive,
solo due appartengono alla ’ndrangheta e sicuramente non sono dei pezzi da
novanta. La maggior parte deve scontare pochissimi anni e se passerà
l’ultimo provvedimento annunciato dal governo una ventina di loro tornerà a
casa».
Il comandante mostra con una punta d’orgoglio le celle. Ciascuna ha i
servizi e il televisore a colori. Sala teatro, palestre distinte per detenuti
e agenti, parco giochi per i figli dei detenuti in visita, laboratori per la
formazione completano il quadro. Ma resta il carcere della discordia.
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