Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria - Regione Calabria

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 CONVEGNI

 

ATTI DEL CONVEGNO

 

PROFESSIONE:

POLIZIA PENITENZIARIA

Formazione - Sicurezza - Coordinamento

 

 

Aula Magna  

Scuola di Cairo Montenotte (SV)

 

 

 

Primo Maggio 1999

 

 
 
"PROFESSIONE: POLIZIA PENITENZIARIA"
Formazione - Sicurezza - Coordinamento
 
 
Alle ore 9.00 giunge alla Scuola di Formazione il ministro di Grazia e Giustizia on. prof. OLIVIERO DILIBERTO, accompagnato dal Direttore Generale F.F. del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria cons. dott. PAOLO MANCUSO, dal Direttore dell'Ufficio Centrale del Personale del DAP dott. EMILIO di SOMMA, dal Direttore dell'Ufficio Formazione ed Aggiornamento del Personale del DAP dott.ssa LUIGIA CULLA MARIOTTI. Il Ministro ricambia gli onori del picchetto armato schierato - Saluti del Provveditore Regionale per la Liguria dott.ssa FRANCA SANO', del Direttore della Scuola di Formazione dott. COSIMO GIORDANO, del Segretario Generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria dott. DONATO CAPECE, del Segretario Regionale del SAPPE ROBERTO MARTINELLI e del personale presente all'evento.
 
Inizio lavori presso l'Aula Magna: ore 9,30
 
 
Franz SPERANDIO  - giornalista - moderatore
 
         A nome della Segreteria Generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria, che ha ideato e programmato l'incontro odierno, do il benvenuto a tutti i partecipanti al Convegno. Un benvenuto particolare al ministro di Grazia e Giustizia Oliviero Diliberto, al Direttore Generale F.F. del DAP Paolo Mancuso, ai dirigenti del DAP, Emilio di Somma e Luigia Culla Mariotti, al personale di Polizia Penitenziaria presente e, naturalmente, a chi materialmente ha provveduto all'organizzazione dell'evento, il Segretario Regionale per la Liguria del SAPPE Roberto Martinelli e il Segretario Locale Michele Lorenzo.
Saluto e ringrazio per la loro partecipazione le Autorità politiche presenti - l'on. Maura Camoirano, Questore della Camera dei Deputati, e il sen. Giovanni Russo, membro della Commissione Giustizia del Senato della Repubblica - i rappresentanti dell'Amministrazione locale, a cominciare dal Sindaco di Cairo Montenotte Franca Belfiore, e quelli delle altre Forze dell'Ordine che sono vicini alla Polizia Penitenziaria in quest'occasione.
Un saluto e un ringraziamento per l'ospitalità alla Direzione della Scuola di Formazione ed all'Amministrazione, qui rappresentata dal Provveditore Regionale Franca Sanò e dal Direttore Cosimo Giordano, e un particolare grazie a tutto il personale del Corpo di Polizia Penitenziaria che ha accolto l'invito a trascorrere con il Sindacato la Festa del Primo Maggio.
Già, oggi é il Primo Maggio, Festa dei Lavoratori, e tutti i presenti sono particolarmente grati al Ministro Diliberto per aver voluto essere qui alla Scuola di Cairo in quest'occasione: una dimostrazione evidente della sua attenzione per il Corpo di Polizia Penitenziaria.
Prima di dare inizio ai lavori, però, il Direttore della Scuola, Cosimo Giordano, intende portare il suo saluto al Ministro ed ai presenti. Prego.
 
Cosimo GIORDANO  - Direttore Scuola di Cairo Montenotte
 
         Solo alcune brevissime parole. In qualità di Direttore della Scuola di Formazione mi sia consentito ringraziare il Signor Onorevole Ministro di Grazia e Giustizia Oliviero Diliberto, il Signor Direttore Generale del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria Consigliere Paolo Mancuso, il dottor Emilio di Somma, Direttore dell'Ufficio Centrale del Personale, la dottoressa Luigia Culla, Direttore dell'Ufficio Centrale della Formazione, nonché tutte le autorità presenti che, con la loro partecipazione al Convegno "Professione: Polizia Penitenziaria - Formazione Sicurezza Ordinamento", organizzato all'interno di questa struttura dal Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria SAPPE, hanno voluto dimostrare quanto siano vicini ai problemi che investono l'universo carcerario italiano e in particolare il Corpo di Polizia Penitenziaria, sempre più onerato di gravosi compiti che attualmente non si svolgono solo all'interno degli istituti di prevenzione e pena, ma anche al di fuori di questi.
Professione Polizia Penitenziaria, un lavoro difficile che richiede impegno, alto senso del dovere, spirito di dedizione ed assolutà fedeltà al giuramento prestato alle istituzioni democratiche; un servizio che non ammette ritardi o prassi ispirate e dominate dalla burocrazia, nella consapevolezza che l'Amministrazione Penitenziaria non si occupa di pratiche o di fascicoli, ma invece di uomini e dei loro problemi, dei loro bisogni, delle loro esigenze, delle loro necessità, che spesso sono disagi, tensioni, dolori e sofferenze, anche molto grandi e capaci di incidere sensibilmente sulla vita delle personae e delle relative famiglie.
E in questo contesto tanto duro e difficile opera il personale di Polizia Penitenziaria che a volte sopperisce all'inadeguatezza degli organici, alla fatiscenza delle strutture, alla mancanza di supporti esterni solo con il suo impegno e il suo spirito di dedizione.
Signor Ministro, illustri convenuti, il tema di questo Convegno pone l'accento su due fondamentali assunti sanciti sia nella Costituzione che nell'Ordinamento Penitenziario: sicurezza e, insieme, trattamento e reinserimento sociale dei detenuti e degli internati, e formazione, consapevoli che il personale di Polizia Penitenziaria negli istituti - dove deve esserci posto soltanto ed esclusivamente per le leggi e la volontà dello Stato - giornalmente deve impegnarsi nel tentativo di conciliare due principi che devono essere necessariamente complementari. Sicurezza e trattamento, appunto.
Credo sarà un dibattito interessante. Ringrazio nuovamente tutti per essere qui a Cairo Montenotte ed auspico un buon avvio dei lavori. Grazie.
 
SPERANDIO
 
Grazie dottor Giordano. Qualcosa, nelle parole del Direttore Giordano, é già emerso, é già stata delineata, seppure superficialmente, la Professione Polizia Penitenziaria. Prima di proseguire sul tema, però, cedo la parola per il benvenuto della Città al Ministro di Grazia e Giustizia da parte del Sindaco di Cairo, Franca Belfiore.
 
Franca BELFIORE  - Sindaco di Cairo Montenotte
 
            Buongiorno a tutti. E’ veramente con molto piacere che mi ritrovo ancora una volta in questa splendida sala, per porgere il saluto della città di Cairo a coloro che svolgeranno i lavori del Convegno. Una splendida sala, una struttura importante anche per la Città di Cairo, tanto è vero che in passato é stata utilizzata più volte per iniziative fatte in collaborazione con l’Amministrazione comunale.
Porto il saluto dell’Amministrazione a tutti i convenuti, al ministro di Grazia e Giustizia, onorevole Oliviero Diliberto, in primo luogo, perchè è un avvenimento particolare averlo qui a Cairo Montenotte. Ringrazio la Scuola di Formazione penitenziaria per averlo portato qui.
Un saluto a tutte le autorità presenti ed a tutti gli aderenti al Sindacato, perchè credono profondamente nei lavori che si svolgeranno qui questa mattina e ne riconoscono l’importanza. Io, forse per la professione che svolgo nella vita di tutti i giorni - che è quella di insegnante - apprezzo particolarmente il fatto di porre l’attenzione sulla formazione, e non soltanto per ciò che riguarda la formazione in un campo così delicato e così importante qual è quello che garantisce la legalità e la sicurezza a chi stà fuori dal carcere, ma anche per il rispetto della dignità umana che va riconosciuta, sempre e comunque, a chi si è trovato in situazioni diverse che lo hanno indotto e portato a compiere certi atti e, conseguentemente, a subìre  momenti diversi e difficili da quella che la comune realtà sociale.
Penso che la formazione nel passato sia stata ampiamente dimenticata nel nostro Paese, e il fatto che siamo in Europa - e non soltanto come espressione geografica -  fa pensare che in questi anni e negli anni futuri, particolare attenzione dovrà essere rivolta alla formazione. Ma non voglio entrare nel merito del Convegno, che sarà sicuramente dibattuto e discusso in modo importante.
Voglio invece ringraziare la Scuola e chi l’ha diretta, oggi e in passato: un saluto particolare al Generale Aprea, diventato in questi anni anche un amico, che ci ha consentito di fare interventi che il Comune di Cairo, da solo, non avrebbe potuto fare, non potendo contare su una struttura come questa in modo autonomo. Un ringraziamento di cuore, quindi, anche al Direttore Giordano che ha voluto che l’ultimo giuramento degli allievi di questa Scuola venisse compiuto nella piazza principale della Città, rappresentando così il segno di ulteriore coesione - se mai ci fosse stata la necessità di dimostrarlo - a dimostrazione del fatto che la Città di Cairo e i suoi cittadini considerano la Scuola dell'Amministrazione Penitenziaria un elemento importante della nostra realtà sociale, la apprezzano e l'ammirano meravigliati tutte le volte si presenta l’occasione di potervi entrare, e come Amministrazione ci auguriamo che ciò possa avvenire sempre più spesso anche  in futuro.
Tanti auguri di buon lavoro, quindi, e sono sicura che sarà un lavoro positivo e  proficuo. Ancora il saluto mio personale e dell’Amministrazione a tutti voi. Grazie.
 
SPERANDIO
 
Grazie al Sindaco di Cairo Franca Belfiore. E' il momento, quindi, di iniziare i lavori. Come detto già prima é un Convegno, quello odierno, che vuole mettere a confronto le diverse posizioni del Sindacato e dell’Amministrazione - in merito alla gestione del sistema penitenziario italiano - e della parte politica oggi alla guida del ministero di Grazia e Giustizia. Spesso tra Sindacato ed Amministrazione é mancato il dialogo o, meglio, s’é arenato per una mancanza di comprensione ed accettazione delle diverse opinioni dell’una o dell’altra parte. L’intento di oggi, quindi, é quello di riaprire il dialogo, di dire ed ascoltare per giungere a un lavoro comune, per il bene del personale e dell’intero sistema penitenziario.
Roberto Martinelli, Segretario Regionale per la Liguria e Delegato Nazionale del SAPPE, conosce molto bene il Corpo di Polizia Penitenziaria cui appartiene, i suoi pregi, le sue peculiarità e specificità, ma conosce anche - forse meglio - le tante aspettative ancora negate dallo Stato e le molte, troppe carenze dell’Amministrazione. E’ quindi il più indicato a illustrare l’attuale situazione ed é con la sua relazione che iniziano i lavori del Convegno. Prego Martinelli, ha la parola.
 
Roberto MARTINELLI  - Segretario Regionale SAPPE - Liguria
 
         Signor Ministro, Signor Vice Direttore Generale, Autorità religiose, militari e civili, gentili Signore e Signori, sono particolarmente lieto di rivolgere il mio più fervido saluto di benvenuto e quello della Segreteria Regionale della Liguria del Sindacato Autonomo di Polizia Penitenziaria, onorato dell'attenzione e della disponibilità con cui il Ministro Guardasigilli, insigni testimoni della Amministrazione Penitenziaria, eminenti rappresentanti dell'ordine giudiziario e politico ed autorevoli esponenti delle Forze dell'Ordine hanno inteso aderire all'iniziativa.
Questo Convegno Nazionale, dedicato alla "Professione Polizia Penitenziaria", si svolge in un momento che per l'Amministrazione Penitenziaria nel suo insieme è particolarmente delicato e difficile, ma al tempo stesso anche particolarmente esaltante ed entusiasmante.
Difficile e delicato, perché é sotto gli occhi di tutti il vertiginoso aumento del numero dei detenuti che provoca il sovraffollamento dei nostri istituti e, di conseguenza, comporta tensioni e difficoltà di lavoro all'interno delle nostre carceri, in ragione di una smisurata promiscuità. Sono sotto gli occhi di tutti le restrizioni, pur legittime, pur comprensibili e giuste, della Legge Gozzini in materia di riforma penitenziaria e l'aumento smisurato del numero dei detenuti tossicodipendenti, sieropositivi ed extracomunitari. Insomma, il cumulo, anche drammatico, dei problemi con cui l'Amministrazione, e in modo particolare il personale della Polizia Penitenziaria, deve fare ogni giorno i conti.
Se il carcere è, in qualche misura, la frontiera ultima più esposta del sistema della giustizia, all'interno del sistema carcerario il personale di Polizia Penitenziaria è la barriera più estrema. Siamo quelli che stanno in prima linea, quelli che stanno nelle sezioni detentive, quelli che stanno a contatto quotidiano con i detenuti ventiquattro ore su ventiquattro, trecentosessantacinque giorni all'anno, quelli a cui il nostro sistema giuridico affida un compito indubbiamente più complesso rispetto a quelli delle altre Forze di Polizia, senza naturalmente nulla togliere al lavoro importantissimo dei Colleghi e delle Colleghe delle altre Forze dell'Ordine.
E' questo che vorrei mettere preliminarmente in evidenza, perché la battaglia che il SAPPE combatte per la rivendicazione del ruolo, del significato, del prestigio, dell'importanza del Corpo di Polizia Penitenziaria, di una sua professionalità crescente, di una sua dignità sempre più alta, deve partire dalla considerazione della specificità dei nostri compiti istituzionali.
Quando l'agente della Polizia di Stato, il Carabiniere o il Finanziere, che svolgono un compito fondamentale per la difesa dello Stato e delle sue Istituzioni, nel corso della loro giornata lavorativa hanno un incontro con il nemico dello Stato, con il criminale, si tratta di un incontro che è, per un verso, eventuale e, per altro verso, quando si verifica, limitato nel tempo. Si riduce al tempo dell'arresto, della perquisizione, dell'interrogatorio.
Viceversa, il compito dell'agente di Polizia Penitenziaria - in confronto anche e soprattutto fisico con chi rappresenta, in un modo o nell'altro, il nemico dello Stato, colui che ne ha violato le leggi - viene eseguito giorno dopo giorno, anche a Natale, Capodanno, Pasqua e Ferragosto, di notte, minuto dopo minuto. Questa è già, di per sé, la ragione di una difficoltà, di una complessità, di una tensione, la ragione anche di un rischio che non ha confronti.
Mentre all'agente della Polizia di Stato, al Carabiniere o al Finanziere, lo Stato chiede, ed è un compito estremamente difficile, di catturare il violatore delle leggi e di rinchiuderlo dentro le prigioni - gli affida cioè principalmente un compito di sicurezza e di legalità - all'agente di Polizia Penitenziaria - ecco la difficoltà e la specificità - affida compiti che talvolta sembrano in contraddizione l'uno con l'altro. L'agente di Polizia Penitenziaria, questo soldato di prima linea nella frontiera esposta che è il carcere, deve rappresentare in questo avamposto, spesso isolato se non dimenticato, la dignità dello Stato, la legalità dello Stato, la Legge.
E' lì, solo, il più delle volte anche giovane, a rappresentare la Legge di fronte al nemico dello Stato. La rappresenta da solo, con la sua divisa, con la sua coscienza professionale, con il suo coraggio, con il suo rischio. Il nostro soldato di prima linea rappresenta, dunque, la Legge e la sicurezza della società, ma nello stesso tempo gli si chiede un'altra cosa: di far diventare il nemico un amico.
E' un po' come la quadratura del cerchio. Non basta rappresentare la sicurezza della società. No, non basta. Questo agente deve rappresentare anche la speranza, l'offerta di una possibilità di ritornare indietro dalla proprie scelte.
Con una mano lo Stato ti chiude e ti allontana dalla società. Con l'altra ti invita a rientrare nella società, quindi il recupero, la rieducazione, la riabilitazione, la risocializzazione, il reinserimento nella vita civile.
Questo soldato di prima linea, in questo avamposto, spesso solo, spesso incompreso, spesso dimenticato, certamente trascurato, rappresenta la legge dello Stato e la speranza della società, la punizione del delitto che è stato commesso, ma anche qualcosa di molto alto: la speranza, che è l'essenza della civiltà ed anche lo spirito della nostra Costituzione, che colui che ha violato la legge non la violi più.
Sarebbe una meschina vittoria se lo Stato non dovesse fare altro che punire gente che continuamente viola la legge e non riuscisse a riaffermare, rispetto a costoro, i valori della civiltà, la speranza dell'umanità.
Allora, questo è un compito di una difficoltà che non ha confronti, di straordinaria difficoltà ed anche di straordinaria nobiltà, non di meno di straordinaria elevatezza. E' un compito che ci pone di fronte all'imperativo di fondo: l'essenza della Riforma del 1990, cioè la qualificazione professionale, l'innalzamento del livello di professionalità di questo soldato, perché non ha altre armi, se non la ricchezza delle sue acquisizioni culturali, se non la complessità della sua formazione professionale.
Si chiede agli uomini ed alle donne della Polizia Penitenziaria, a questi rappresentanti dello Stato, a questi soldati in divisa, di fronteggiare il mafioso, il sequestratore di persone, il narcotrafficante, rispetto ai quali dobbiamo rappresentare l'inflessibilità, la durezza, l'implacabilità della giustizia che si riafferma sul delitto. Ci viene anche chiesto di avere a che fare col tossicodipendente, di capire i drammi umani complessi, difficili, di intere generazioni di giovani che l'emarginazione e la disperazione hanno spinto sulla strada della droga. E i sieropositivi, i malati di mente.... Quanti altri problemi umani, anche drammatici, dobbiamo ogni giorno fronteggiare!!!
Quindi, la formazione professionale. Dico che si tratta di un momento difficile, ma anche esaltante, perché celebriamo la Riforma del 1990, perché celebriamo finalmente l'emanazione del nuovo Regolamento di Servizio del Corpo di Polizia Penitenziaria - che ha sostituito quello vetusto e ormai improponibile del 1937 -, perché vediamo la volontà politica - e in particolare la Sua, Signor Ministro - di istituire i ruoli direttivo e dirigenziale della Polizia Penitenziaria quale necessario completamento di un percorso professionale che la Legge di Riforma ha lasciato monco. Celebriamo, insomma, l'avvio di un cammino sul quale noi del Sindacato Autonomo di Polizia Penitenziaria - SAPPE - non ci vogliamo fermare, che deve essere il cammino sul quale la dignità, il livello professionale, il prestigio del Corpo deve essere riconosciuto sempre più ampiamente e sempre più pienamente.
Noi riteniamo di avere avviato un cammino, ma riteniamo anche di dover fare altri passi su questa strada per arrivare ad avere ciò che tutti ci aspettiamo: un Corpo di Polizia Penitenziaria del quale si riconosca pienamente, senza nessuna riserva sul piano giuridico, economico, sul piano della formazione, dell'addestramento e dell'aggiornamento professionale, senza nessuna riserva sul piano dell'apprezzamento da parte della società civile, in maniera ampia, completa e incondizionata, si riconosca dunque non soltanto l'appartenenza piena alla famiglia dei Corpi di Polizia del nostro Paese, ma soprattutto il ruolo fondamentale e più ampio nella lotta contro la criminalità e per la difesa della legalità del Paese.
Ne abbiamo fatti di passi in avanti, nel senso che con la Riforma del 1990 il Corpo di Polizia Penitenziaria ha cominciato a uscire dal perimetro del carcere, ha cominciato a uscire dal muro di cinta, entro cui secoli di emarginazione ci avevano segregati ed abbandonati, per assolvere con notevole professionalità ed alto senso del dovere ai compiti di traduzione e piantonamento dei detenuti.
Abbiamo fatto i primi passi fuori dal carcere, ma non ci bastano.
Un cammino spesso tragico, sempre impostato a difesa delle Istituzioni democratiche repubblicane ed al rispetto delle Leggi dello Stato, dimostrato in anni ed anni di duro e spesso misconosciuto servizio, attraverso i tanti e tanti sacrifici di sangue dei suoi appartenenti. E quanti ne sono morti di appartenenti alla Polizia Penitenziaria, quanti ne sono morti di quelli che allora venivano chiamati Agenti di Custodia e Vigilatrici! Così come tanti sono stati i morti tra i Carabinieri, gli agenti della Polizia di Stato, i magistrati, i politici, i giornalisti, tutti accomunati nella stessa battaglia e nello stesso sacrificio in difesa della democrazia e delle Istituzioni.
Il Corpo di Polizia Penitenziaria ha dimostrato, con questo, non soltanto di costituire un grande baluardo nella difesa della società contro la criminalità, ma ha anche dimostrato di avere in sé tutti i numeri, le capacità, le risorse, gli strumenti per impegnarsi ancora di più nella lotta contro la criminalità, per impegnarsi non soltanto dentro il carcere, ma anche fuori dal carcere.
Rivendichiamo con forza, perché siamo convinti di essere sulla strada giusta, una presenza attiva, significativa, della Polizia Penitenziaria non soltanto nei nuclei di Polizia Giudiziaria istituiti presso le Procure della Repubblica, ma anche presso gli organismi di lotta contro la criminalità che sono stati giustamente elaborati in questi anni - come la Divisione Investigativa Antimafia -, in tutti i momenti, insomma, più significativi nei quali lo Stato è impegnato totalmente contro la criminalità.
Per questo, Signor Ministro, Le chiediamo di annullare la disposizione dipartimentale del 19 dicembre 1996, a firma dell'allora Direttore Generale Michele Coiro, che limita solamente in casi eccezionali e provvisori l'impiego di contingenti di Polizia Penitenziaria nelle Sezioni di Polizia Giudiziaria. Diciamo, con forza e convinzione, che laddove, dentro o fuori dal carcere, lo Stato, di cui noi siamo servitori, è impegnato nella lotta contro la criminalità, organizzata e non, lì noi vogliamo essere presenti per fare la nostra parte, per fare per intero il nostro dovere. Vogliamo essere presenti al fianco della Polizia di Stato, al fianco dei Carabinieri, al fianco della Guardia di Finanza, nell'ottica di un effettivo coordinamento tra le Forze di Polizia, al fianco dei Magistrati e di quanti altri lottano per questi ideali di civiltà e di giustizia, contro chi li offende e chi li aggredisce mettendo così in discussione e in pericolo le basi stesse della nostra civile convivenza in un Paese democratico.
L'idea, l'immagine lontana nei tempi, offensiva e inaccettabile, di un ragazzo che senza qualificazione professionale e con una chiave in mano passeggiava solo e triste dentro una sezione, per aprire e chiudere una porta, è un'immagine che non ci appartiene più - semmai ci è appartenuta - è un immagine di un passato che abbiamo superato.
Certo, c'è stata indubbiamente una crescita della coscienza, non solo culturale, nel Corpo di Polizia Penitenziaria, dovuta all'inevitabile ricambio generazionale ed all'assunzione di nuovo e più qualificato personale. A questa elevazione culturale non ha, però, corrisposto un adeguato orientamento dell'attività formativa.
Il SAPPE si batte per un aumento degli organici, ci battiamo per una sottolineatura forte dei momenti di formazione professionale nei molteplici campi nei quali gli agenti di Polizia Penitenziaria sono impegnati, ma sappiamo che l'organico influisce sulla formazione professionale, perché quanto minore è l'organico tanto più difficile diviene perseguire momenti di formazione professionale senza incidere pesantemente sui servizi irrinunciabili degli istituti.
Momenti di formazione professionale che vanno dall'insegnamento dell'attività di Polizia Giudiziaria, che deve essere insegnata agli Allievi Agenti che giungono nelle Scuole come materia cardine del corso di formazione, all'attivazione concreta dei corsi di specializzazione del Corpo, quali conduttore di unità cinofile, elicotterista, sommozzatore, previsti dal vecchio Contratto di Lavoro, recepito con il DPR 395 del 1995, ma non ancora realizzati.
Vogliamo essere impegnati, almeno per i dodici giorni all'anno previsti dalla richiamata normativa, in corsi di addestramento ed aggiornamento professionale, a vantaggio esclusivo della sicurezza delle strutture penitenziarie. Credo che su questo piano possiamo fare un utile lavoro di riflessione e trovare insieme le soluzioni più adatte e idonee all'interesse del Corpo, all'interesse dell'Amministrazione, nell'ottica di uno sviluppo della Riforma, nel senso che rappresenti realmente un progresso per l'Amministrazione.
Noi, uomini e donne che indossiamo la divisa della Polizia Penitenziaria con professionalità, spirito di sacrifico e un senso del dovere - consentitemelo - davvero non comune, rappresentiamo, nonostante tali carenze, fieri di farlo, lo Stato e le sue leggi nel complesso universo delle carceri.
Noi, come Sindacato Autonomo di Polizia Penitenziaria - SAPPE - interverremo in tutte le sedi per il rispetto dei diritti inviolabili degli appartenenti al Corpo e per l'accrescimento professionale dei nostri compiti istituzionali, che non sono più solamente quelli - se mai lo sono stati, peraltro - di aprire e chiudere i cancelli o le celle, anche se qualcuno, per ignoranza o per malafede, non lo vuole capire...
Riteniamo sia un obbligo intervenire, nel rispetto del mandato che i nostri iscritti ci hanno dato e dello Statuto del Sindacato, a garanzia e tutela dei diritti e dell'incolumità delle persone e dei lavoratori. Questo, e concludo, perché il Sindacato Autonomo di Polizia Penitenziaria - SAPPE - è realmente convinto che il ruolo sociale che un sindacato tradizionalmente occupa, può oggi essere adeguatamente svolto solamente come riaffermazione di interessi particolari, attorno a un progetto globale e funzionale, che sappia coniugare una serie multiforme di attese e doverose pretese, salvaguardando la dignità intrinseca nei ruoli e la necessità di una interdipendenza funzionale.
Che sappia convogliare la sua settorialità all'interno del più vasto e complesso mondo della giustizia italiana. Che si faccia carico, insomma, della globalità degli aspetti e dei contesti in cui si è immersi per ricostituire, in qualche modo, una civiltà del vivere, partendo proprio da un ambiente - il carcere - che tale condizione ha drammaticamente smarrito.
E' con questo augurio che dichiaro aperti i lavori di questo Convegno Nazionale e Vi ringrazio per l'attenzione che mi avete riservato.
 
SPERANDIO
 
Grazie a Roberto Martinelli che, come suo solito, molto chiaramente ha espresso il pensiero della gran parte, se non tutti, gli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria. La sua esperienza lavorativa, peraltro, unita a quella che da anni vede la sua presenza nel Sindacato, fanno ritenere sicuramente credibili i suoi assunti, forse i più vicini alla realtà obiettiva.
La parola, ora, al Segretario Generale del SAPPE, Donato Capece, che come ideatore e fondatore del Sindacato Autonomo, forse, in quest'ambito non ha bisogno di presentazione. Prego dottor Capece.
 
Donato CAPECE  - Segretario Generale SAPPE
 
         Nel dare il benvenuto - Signore e Signori - e ringraziando tutti gli intervenuti a questo Convegno e chi l'ha organizzato, gli amici e Colleghi della Segreteria Locale e Regionale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria, desidero fare un ringraziamento particolare al ministro di Grazia e Giustizia, on. Oliviero Diliberto, per la sua manifesta disponibilità a partecipare all'incontro ed a stare qui con noi oggi, Primo Maggio - Festa dei Lavoratori - tra i "suoi" uomini della Polizia Penitenziaria e altro personale dell'Amministrazione. Una presenza significativa e singolare - non é mai successo che un Ministro Guardasigilli abbia passato questa Festa tra i lavoratori - che sento il dovere di sottolineare, perché dimostra davvero l'interesse verso i problemi del personale di chi guida ed é il primo responsabile della gestione - politica ed amministrativa - del Ministero di Grazia e Giustizia e del Corpo di Polizia Penitenziaria.
Grazie onorevole Diliberto, grazie di cuore per avere accolto il nostro invito qui a Cairo Montenotte, una struttura che tra l'altro é considerata tra le più belle e prestigiose dell'intera Amministrazione. Grazie soprattutto perché - qui, oggi - si parla e si discute non già di chissà quale ameno argomento, ma di una specifica e difficile professione e degli uomini e donne che la svolgono, ogni giorno, ventiquattro ore al giorno, con professionalità, competenza e grande attaccamento al dovere: il lavoro che svolge la Polizia Penitenziaria, all'interno ed all'esterno del carcere. La presenza e partecipazione al dibattito dei più autorevoli dirigenti del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria - saluto e ringrazio sentitamente il  Direttore Generale Reggente Paolo Mancuso, il Direttore dell'Ufficio Centrale del Personale Emilio di Somma, il Direttore dell'Ufficio Formazione, da cui questa scuola dipende, Luigia Culla Mariotti - é sintomatica dell'attenzione e importanza che si é voluto dare a questo Convegno, alla materia trattata e, voglio credere e mi auguro, ai problemi connessi alla professione di Polizia Penitenziaria.
Problemi che attengono alla sicurezza che lo Stato deve garantire ai cittadini, che riguardano la gestione, e il trattamento per il loro recupero alla società, dei detenuti, ma soprattutto che interessano il personale che svolge questo lavoro, la vita stessa di ogni appartenente al Corpo, la sua formazione professionale e di come le competenze delegate dallo Stato al Corpo di Polizia Penitenziaria si connettono con le altre istituzioni e con le Forze dell'Ordine.
A cominciare dalla formazione ed aggiornamento professionale dell'Agente Penitenziario, molte cose sono state fatte, dopo la legge di Riforma del 1990, ma molte di più devono ancora essere fatte, programmate e migliorate, per rendere sempre più moderno ed adeguato ai tempi l'intero sistema penitenziario italiano e i suoi operatori. Nello specifico, all'atto della formazione del neo-Agente, al contrario di quanto avviene oggi, é necessaria un'omogeneizzazione dei programmi formativi, dei corsi che vengono programmati e svolti nelle varie Scuole dell'Amministrazione. Devono essere previsti e ideati programmi omogenei per tutti i partecipanti ai corsi nelle varie strutture, programmi dal contenuto non solo nozionistico, ma veramente formativo della personalità, programmi che indichino e informino il futuro poliziotto penitenziario sui princìpi sociali che attengono al carcere, ma anche e soprattutto che riguardino l'attività pratica che dovrà svolgere in istituto.
Pensiamo a una maggiore informazione sui contenuti e finalità delle principali leggi che riguardano il sistema penitenziario - la legge 354/1975 che inserisce nell'Ordinamento Penitenziario il trattamento dei detenuti; la cosiddetta Legge Gozzini, 663/1986 che ne amplia i settori d'intervento; la legge di Riforma 395/1990, che istituisce il Corpo di Polizia Penitenziaria e la riorganizzazione del DAP - e, ancora di più, a una più qualificata quanto necessaria informazione sui compiti specifici spettanti alla Polizia Penitenziaria ed alle prerogative ad essa accordate in quanto Forza di Polizia dello Stato - compiti di Polizia Giudiziaria, d'Ordine Pubblico ecc.. La formazione del personale, cosi come viene praticata oggi, non sembra poter soddisfare queste necessità né, di conseguenza, assolvere al compito precipuo cui é preposta, ovvero di formare gli uomini e donne del Corpo prima di tutto dal punto di vista umano, sociale e conoscitivo del sistema, nel pieno rispetto di ogni singola intelligenza, poi da quello pratico-logistico per le specifiche competenze che attengono all'Agente (comportamento all'interno degli istituti, sicurezza, conoscenza armi ecc.), così da formare davvero uomini e donne capaci e responsabili dell'alto compito loro demandato dallo Stato, che é quello della sicurezza e garanzia a tutela del cittadino e delle istituzioni dello Stato.
Per i corsi nelle varie Scuole sarebbe opportuno, ancora, che l'Amministrazione si dotasse di docenti qualificati, se possibile sempre gli stessi - auspicabile sarebbe costituire un Albo Docenti - così da offrire a tutti i corsisti lo stesso trattamento e gli stessi insegnamenti, e per contro anche i docenti adotterebbero programmi mirati e precisi e non, come spesso accade, programmi e lezioni del tutto estemporanei, pensati al momento per l'occasione, che poi incidono pochissimo sulla formazione dei corsisti. Formazione, dunque, per conoscere, per sapere di più e garantire maggiore sicurezza e competenza.
"Tutto ciò che attiene alle carceri é rimosso dalle menti della popolazione e dell'opinione pubblica, che vive la detenzione come altro da sé, che fa notizia solo nei momenti patologici per evasioni, aggressioni, tragici casi - come suicidi - o per detenuti e inchieste eccellenti. Il lavoro in carcere è un lavoro oscuro, perché quando viene arrestato un pericoloso latitante la vicenda finisce sulle pagine dei giornali, ma tutto quello che accade successivamente, negli anni a seguire, é oscuro e non subirà la stessa sorte, non comparirà sulle pagine dei giornali né in televisione, non farà notizia. Il lavoro in carcere é un tema più difficile di altri da affrontare, anche perché oggi sul carcere si scaricano interamente tutte le principali contraddizioni della nostra società. Basta vedere la composizione della popolazione carceraria, in larga parte fatta da immigrati, da tossicodipendenti - quando non affetti da HIV - espressione del disagio e della marginalità sociale".
Questi ultimi assunti non sono miei, ma li condivido totalmente: sono frasi e pensieri tratti dal verbale di un Suo intervento, onorevole Diliberto, che illustrano chiaramente ciò che la Polizia Penitenziaria conosce da sempre, ed é illuminante e positivo che sia stato proprio il Ministro a ribadirli in Aula al Senato. Un lavoro difficile, quello della Polizia Penitenziaria, mal pagato e spesso nemmeno riconosciuto per tutti i sacrifici e fatica cui il personale deve sottostare.
Ancora Lei, Ministro Diliberto, ha detto in Senato:
"In carcere, oltre alla sicurezza vi é, tuttavia, un secondo profilo cui prestare attenzione, che é proprio quello della motivazione e del coinvolgimento delle organizzazioni sindacali e dei lavoratori del settore: far riscoprire ai lavoratori, agli operatori di questo settore entusiasmo e voglia di fare, motivazione. Noi dobbiamo cambiare le cose nel mondo penitenziario, e per far ciò dobbiamo compiere un lavoro politico; questo prevede che vi siano motivazioni di coloro che devono eseguire le direttive che vengono impartite.
In particolare, tra le questioni già affrontate, vi é l'emendamento governativo inserito nel provvedimento sul riordino della carriere prefettizie, approvato dalla Camera dei Deputati; emendamento impegnativo che riguarda il riordino complessivo del DAP e che riguarderà tutti i settori del personale.
Questo emendamento istituisce il ruolo direttivo del Corpo di Polizia Penitenziaria -  che Lei, Signor Ministro, rivendica come merito - non capendo per quale motivo -  sempre parole Sue - debba esserci un Corpo di Polizia, l'unico al mondo, privo di un ruolo direttivo, per il quale non sono previste carriere e, dunque, gratificazioni, aspettative, la possibilità di migliorare la propria condizione di vita.  I lavoratori non rendono forse di più, non sono più coinvolti se hanno prospettive di carriera, se sono ritenuti meritevoli di coinvolgimento da parte di coloro che li dirigono? Non vogliamo migliorare questo Corpo, che pure ha già fatto notevoli passi avanti, anche affidandogli un ruolo direttivo? Stiamo parlando di lavoratori e non di biechi torturatori, di lavoratori che si guadagnano il proprio pane e che da parte mia, di uomo della Sinistra che governa questo Paese, devono ricevere una risposta".
Ebbene, Signor Ministro, come esponente del maggiore Sindacato della Polizia Penitenziaria devo dire che tutti noi concordiamo con quanto Lei ha detto, e forse vogliamo anche di più,  ma non vorremmo che tutto poi rimanesse soltanto sulla carta o nelle buone intenzioni di alcuni, come purtroppo é già accaduto in passato. Vogliamo la risposta che Lei ha annunciato.
Oggi il Corpo di Polizia Penitenziaria é composto per la maggior parte da giovani capaci, acculturati, più informati di un tempo ed anche per questo vogliono la garanzia di migliori prospettive di carriera, maggiori riconoscimenti per il lavoro che svolgono, maggiori gratificazioni, anche economiche, e il riconoscimento da parte dell'Amministrazione di tutti i loro diritti di lavoratori, troppe volte disattesi, sia a livello centrale che periferico.
Oggi é la Festa del Lavoro, perfino i giornalisti - che svolgono un lavoro essenziale per la società - oggi non lavorano (esclusi i presenti), domani i giornali non escono, ma anche se é la Festa dei Lavoratori la Polizia Penitenziaria lavora, é presente in tutti gli istituti del Paese, a garantire sicurezza per tutte le ventiquattro ore del Primo Maggio, di Natale, di Capodanno, di Pasqua e di tutti gli altri giorni dell'anno.
E' un lavoro svolto all'interno ed all'esterno del carcere, ma il compito della Polizia Penitenziaria, oltre a quello di far prevalere la garanzia di sicurezza, ordine e disciplina, deve essere anche di partecipazione attiva al trattamento dei detenuti, per il loro recupero e reinserimento nella società.
La Polizia Penitenziaria non é una Polizia repressiva, vuole essere propositiva e partecipativa alla vita sociale del Paese, e in tal senso ha sempre offerto tutta la sua esperienza e capacità per un'azione preventiva al crimine, un'offerta di collaborazione totale per garantire sicurezza.
E' vero, finalmente qualcuno ha pensato e deciso che anche la Polizia Penitenziaria é qualificata per rappresentare le Forze dell'Ordine italiane in ambito europeo - mi riferisco al prossimo contingente del Corpo che si unirà a quelli già presenti dei Carabinieri, Guardia di Finanza e Polizia di Stato in Albania, nell'ambito della collaborazione che l'Italia dà a quel Paese oltre Adriatico - ed é un gran passo avanti.
L'Amministrazione deve valutare ed accettare, però, anche le rivendicazioni sindacali - finora disattese - che vogliono la presenza del Corpo nelle sezioni di Polizia Giudiziaria, a pieno titolo, come peraltro previsto dall'articolo 56 del Codice di Procedura Penale.
Chiediamo, ancora, l'attuazione dei corsi di specializzazione che sono previsti dalla legge di Riforma e che sono stati contrattati e decisi in passato: quello di Sommozzatore, di Agente cinofilo, di Pilota di Elicotteri, di Operatore CED ed altri. Quando dovremo aspettare ancora? Nel corso del servizio in Istituto la Polizia può venire a conoscenza di fatti che potrebbero essere utili per il prosieguo delle vicende giudiziarie, a supporto dell'attività della magistratura: un plauso, allora, al Ministro Diliberto per aver voluto la costituzione dell'UGAP, anche perché con quello strumento, verosimilmente, potrà essere garantita maggiormente l'incolumità fisica dell'Agente preposto al controllo dei detenuti e potrà essere attuata una vera azione preventiva di atti contro il personale o di proteste e rivolte in carcere.
Maggiore sicurezza con maggiore professionalità, questo é il binomio vincente per la Polizia Penitenziaria, perché non può esservi trattamento e recupero dei detenuti senza la sicurezza e l'ordine.
Ed avviandomi a concludere il mio intervento, non posso tralasciare di parlare del lavoro degli Agenti addetti ai Nuclei Traduzioni e Piantonamenti ed alle scorte - anche la Sua, Ministro Diliberto, di cui sappiamo quanto vada orgoglioso. Per questo personale vanno attuati corsi di guida operativa, di formazione ed addestramento al tiro, perché pur essendo un servizio oscuro, quello dei Nuclei Traduzioni e Piantonamenti e delle scorte, é quello più esposto, più pericoloso, ma anche quello che più di altri fa emergere le potenzialità e il valore della Polizia Penitenziaria.
Per questo vi é stata la Riforma del 1990, é per questo che il Sindacato chiede a gran voce un coordinamento unitario con le altre Forze di Polizia: per sconfiggere la criminalità organizzata - che purtroppo qualche volta resta organizzata anche all'interno del carcere! - e per partecipare attivamente, su tutto il territorio, a garanzia della sicurezza e il mantenimento dell'ordine pubblico, condizione essenziale per la vivibilità pacifica di tutta la società. Tra l'altro, con un coordinamento effettivo tra tutte le Forze di Polizia, un coordinamento programmato e operativo, da un recente studio si é saputo che il risparmio economico per lo Stato é stato valutato in una cifra di tutto rispetto: ben 20 mila miliardi verrebbero risparmiati e, quindi, potrebbero essere impiegati in altri servizi o per dare maggiori riconoscimenti economici ai lavoratori del Comparto Sicurezza.
In alcune città, per l'interessamento di questo Sindacato presso il Comitato per la Sicurezza e l'Ordine Pubblico del Prefetto, la Polizia Penitenziaria é già presente allo stadio, in occasione di partite di calcio o  altre manifestazioni sportive o di spettacolo, per collaborare a mantenere l'ordine pubblico. E' un servizio che dà visibilità al Corpo, dà ai nostri uomini e donne la possibilità di essere finalmente accettati dalla gente, visti non più e solo come "guardie" - e pensare che qualcuno continua a chiamarci aguzzini e persecutori - ma come una Polizia al servizio del cittadino, della società.
Un'ultima considerazione, proprio l'ultima: anche la società, però, deve dare qualcosa alla Polizia Penitenziaria, a prescindere da quanto deve fare l'Amministrazione per il suo personale. Mi riferisco - mi sia permesso - proprio a quanto accade qui a Cairo Montenotte, in questa Scuola, frequentata nel corso dell'anno da centinaia e centinaia di persone che, però, non trovano in Città i servizi essenziali che si aspettano, a sostegno della loro permanenza quali corsisti. A Cairo, alla stazione ferroviaria, é stato soppresso il servizio "biglietteria" per i viaggiatori, praticamente é una stazione chiusa, una struttura fantasma, e ciò provoca non poco disagio ai 400/500 corsisti che a fine settimana, dopo le lezioni, vogliono recarsi a casa.
Ancora, a Cairo vi sono soltanto due alberghi - parenti e amici dei corsisti, all'atto del giuramento, devono recarsi a Savona o altrove per poter soggiornare ed essere presenti alla cerimonia - ed anche altri servizi sono piuttosto carenti. E' chiaro che non vogliamo né pretendiamo l'esclusività del servizio solo per la Polizia Penitenziaria: per la riapertura della biglietteria in stazione é stata presentata una petizione popolare al Sindaco.  Il desiderio che ciò avvenga, che la stazione sia funzionale e offra tutti i servizi ai viaggiatori é di tutti i cittadini, non solo nostro.
In questa sede, allora, provocatoriamente, ma molto serenamente, invito il Sindaco, e mi unisco a lui, a chiedere al ministro di Grazia e Giustizia un suo interessamento con il collega dei Trasporti perché venga riaperta la stazione ferroviaria. Potrebbe essere anche questo un segnale di come la società e il Governo hanno finalmente capito il ruolo indispensabile della Polizia Penitenziaria e ne riconoscono le necessità e la professionalità dei suoi uomini e donne, lavoratori che vogliono il rispetto di tutti, proprio per l'ingrato lavoro che svolgono per una società migliore.
Grazie nuovamente a tutti per essere qui al Convegno, a Cairo Montenotte, grazie soprattutto a Lei, Signor Ministro, per quanto ha fatto e, lo speriamo vivamente,  ancora farà per il Corpo di Polizia Penitenziaria.
 
SPERANDIO
 
Mi pare di poter affermare che il dottor Capece, con l'enfasi del buon sindacalista, abbia  espresso molto chiaramente quali sono i desideri del Corpo e le prerogative che la Polizia Penitenziaria vuole ottenere, vuole che vadano avanti. Sentiamo allora l’altra faccia della medaglia. Il confronto, oggi, è tra personale - tutelato e rappresentato dal Sindacato - ed Amministrazione. L’altra faccia della medaglia, nella figura di Paolo Mancuso, Direttore Generale Reggente del DAP, per le note vicende di qualche tempo fa che hanno comportato l’allontanamento - la non riconferma nell'incarico - del Presidente Alessandro Margara. La parola al consigliere Mancuso.
 
 
 
 
Paolo MANCUSO  - Direttore Generale F.F. - DAP
 
         L'altra faccia della medaglia. Così sono stato definito. In realtà l’importante é che la medaglia sia una e una sola. Certamente, gli aspetti che rappresento, gli aspetti funzionali, gli aspetti che gli organici, le attività esterne e i problemi interni che deve affrontare la Polizia Penitenziaria sono complessi, variegati, multiformi. Ma teniamo sempre presente che la medaglia è sempre una sola e non è solo un modo di dire, è un modo di sentire ed è un modo di vivere. Dunque, parlando dell'attuale, possiamo partire da questo: la situazione attuale nella quale la professione del poliziotto penitenziario si svolge è una situazione non facile, è una situazione dalle molte contraddizioni, ed ha aspetti molto evoluti, molto sviluppati, molto moderni in cui i progressi, rispetto agli anni addietro, sono evidenti, palpabili, concreti. E ci sono invece, situazioni in cui siamo ancora indietro da un punto di vista materiale. Siamo ancora indietro da un punto di vista delle risorse, degli organici e qualche volta dal punto di vista culturale - per quello che è il comune sentire - lo richiamava ancora con forza il dottor Capece poco fa.
Dunque, è importante andare avanti, perchè la questione della sicurezza è al centro, in questo momento, del dibattito del nostro Paese. Ovviamente, va ricordata la tristissima vicenda della guerra che ci ha in qualche maniera portati su un versante ancora più drammatico, ma non è possibile dimenticare quanto sia veramente sentita nell’anima e nello spirito del modo di vivere della gente la grande questione della sicurezza. La questione della sicurezza, dicevo, si intreccia naturalmente con la questione carcere.
Direi che non è possibile pensare di affrontare in maniera efficace la questione della criminalità, piccola o grande che sia, se non si comprende sino in fondo che l’unica opportunità di ridurre e non soltanto di fronteggiare, di ridurre progressivamente la piaga della criminalità nelle varie forme che essa assume, e più ancora del fenomeno della marginalità nelle varie forme che essa assume nel nostro Paese deve centrarsi necessariamente sul pianeta carcere. Ricordo quando nell’anno 1997 ho cominciato questa attività al DAP. Una domanda veniva rivolta ed era una domanda importante e veniva rivolta da molti soggetti protagonisti della vita dell’Amministrazione Penitenziaria, all’interno del Dipartimento, nelle periferie dalle Organizzazioni Sindacali: qual’è il progetto carcere? Diteci che cosa volete fare del carcere, che ruolo deve avere, quali sono gli obiettivi, quali le modalità con cui questo obiettivi devono essere perseguiti, quali i valori che volete difendere, quali i percorsi che volete attirare.
Venivamo da una grande riforma, quella del 1990, dalle sue prime interpretazioni ed applicazioni con i decreti del 1992 e, tuttavia, pian piano quella domanda ha assunto un significato che all’inizio avevo compreso poco, un significato cioè che prescindeva da quello che era un assetto formale. La prima risposta era stata la più semplice: il progetto è quello normativo, la piena applicazione delle riforme, sia quella sul carcere relativa alla Legge Gozzini, sia quella sul personale prevista dalla legge 395/1990.
Ma pian piano ho capito che la domanda aveva un altro contenuto: gli obiettivi che pongono quelle riforme normative e il quadro che tracciano, che disegnano non è un quadro definito e delineato nei suoi dettagli e, dunque, non può costituire da solo il punto di riferimento di chi lavora nel carcere. Chi lavora nel carcere ha bisogno, invece, che quel quadro venga integrato, venga precisato, riceva dei dettagli sui quali si possano costituire i punti cardinali mediante cui rapportarsi ed operare. Ed allora, necessariamente, si è messo mano alla scrittura di questo progetto. Inizialmente con parecchie difficoltà.
Ricordate che uno sforzo di razionalizzazione e di intervento sulle linee portanti dell’Amministrazione Penitenziaria era stata fatta nell’estate scorsa ed era un quadro che scontava un grande limite, e cioè la mancanza di risorse. Era un quadro come si diceva, a costo zero e questo veniva fortemente contestato, ovviamente, all’intero personale ed alle Organizzazioni Sindacali che vedevano questo limite come un’oggettiva riduzione della capacità di ammodernamento del sistema.
Ed era un quadro, però, all’interno del quale già si muovevano alcune convinzioni profonde, maturate dall’Amministrazione Penitenziaria, e cioè quelle necessità di arrivare anche a una naturale progressione verso organici direttivi e dirigenziali della Polizia Penitenziaria, ovviamente conforme in qualche modo, in maniera condizionata, fortemente condizionata da quello che era il limite a cui accennavo prima.
In questo quadro ci siamo trovati quando lo scenario politico è mutato e da questo quadro siamo partiti per cercare di andare avanti su quella strada, questa volta tentando di utilizzare disponibilità non solo astratte, ma concrete che, per la prima volta, ci venivano offerte per creare e per delineare uno scenario nuovo. E allora l’Amministrazione si è mossa su tutti i versanti, su tutti i percorsi che venivano in qualche maniera riaperti, primo fra tutti, ovviamente, quello della qualità della vita. Si è messo mano con forza a un supporto per quanto riguardava gli aspetti normativi della legge sulla permanenza in carcere dei detenuti affetti da AIDS conclamata e sulla legge di riforma che riguarda l’opportunità di lavoro per i detenuti, attualmente entrambe in discussione ed approvate da un ramo del Parlamento.
Soprattutto, si è riusciti a ottenere - il Ministro è riuscito a ottenere - l’approvazione in tempi rapidissimi del provvedimento d’esecuzione del Regolamento del Corpo di Polizia Penitenziaria, che aspettava da tempo un’approvazione, che in qualche maniera stabilisce un raccordo tra la qualità della vita del detenuto e la nuova legittimazione professionale, la nuova qualità del lavoro che deve essere riaffermata per la Polizia Penitenziaria all’interno dell’istituto. Dico questo perchè in quel regolamento - che, ripeto, costituisce secondo me un momento assai importante di raccordo tra queste grandi questioni aperte - il ruolo, i compiti, l’attività lavorativa della Polizia Penitenziaria viene ad essere da un lato regolamentata in maniera che si descrivano e si determinano le responsabilità e i compiti e venga in qualche modo decisa una strutturazione del lavoro che rispecchia le qualità professionali e gli assetti ordinamentali del Corpo.
Da un altro lato il nuovo Regolamento assegna al Corpo, per la prima volta in maniera formale, compiti di responsabilità anche per quanto concerne il contributo da dare nel percorso di recupero e di risocializzazione del detenuto. Non fa del Corpo di Polizia Penitenziaria un Corpo di educatori, non è questo che fa né è questo che vuole fare. Vuole, però, riaffermare con forza che è praticamente impossibile in un istituto penitenziario possa essere concepita, non dico realizzata, solo concepita un’attività concreta di osservazione, di recupero del detenuto, prescindendo quella che è la vita di chi costantemente, quotidianamente ha rapporto con quel detenuto e può coglierne i momenti di volontà, di riscatto, i momenti di abbandono di un progetto che evidentemente prima perseguiva, ovvero invece coglierne le attualità pericolose, la permanenza di un disegno criminale che lo rende tuttora in qualche maniera oggetto di grande attenzione.
Dunque, quella riforma che è stata poi approvata alla fine del dicembre scorso, è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 1° Aprile, data piuttosto problematica, ma insomma c’è anche il 1° aprile. Quel progetto, dicevo, quel regolamento che ha strutturato in questo modo le responsabilità del Corpo di Polizia Penitenziaria, rappresenta il punto di passaggio verso un concetto che si sta affermando e che è fondamentale, e cioè non si può pensare, nessuno può pensare che possa mettersi in atto un disegno di adeguamento, di miglioramento, di riforma delle prospettive e delle condizioni di vita del detenuto nelle nostre carceri senza passare necessariamente in un percorso obbligatorio che è quello della forte legittimazione e miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro di tutto il personale che opera negli istituti in cui quei detenuti sono ristretti.
E’ dunque un passaggio culturale, un passaggio non solo ordinamentale, programmato, ma un passaggio culturale fondamentale che rappresenta un punto d’approdo e nello stesso tempo un punto di partenza. Ecco allora da quel punto di partenza muoversi un altro quadro organico di riforma.
Si accennava poco fa alla legge che è in discussione in questo momento al Senato, che è stata già approvata alla Camera e che è stata fortemente tutelata sul piano politico, e proprio nella settimana scorsa anche nelle Commissioni Affari Costituzionali. Una riforma che ci consente di respirare e di nuoverci in avanti in maniera decisa, in maniera forte, in maniera estremamente significativa su tutte le componenti dell’Amministrazione Penitenziaria - Provveditori, Direttori d’istituto ecc. - che vedono in quella riforma finalmente riconosciuto un quadro di autonomia che fino a ora gli aveva visti protagonisti soltanto sul versante delle responsabilità che quotidianamente si assumono. Adesso vedono queste responsabilità finalmente riconosciute per un corretto approccio a un sistema amministrativo che il nostro Paese si sta dando, riconoscendo l'autonomia corrispondente a tali responsabilità.
E’ naturalmente una ristrutturazione, una ridotazione di tutte le figure che operano nei nostri istituti, come gli educatori o gli operatori amministrativo-contabili, e in particolare, ovviamente, la Polizia Penitenziaria, in un doppio, grande percorso per un ruolo organico ordinario di Polizia Penitenziaria, che seguirà lo sviluppo di carriera che ha la Polizia di Stato, il che significa, naturalmente, progressione sino ai livelli dirigenziali. Naturalmente non è possibile pensare che quella norma possa dire cosa diversa da questa. E’ un ruolo straordinario, speciale, direttivo di Polizia Penitenziaria che alcune altre polizie, non tutte, hanno e che in qualche maniera la nostra Polizia Penitenziaria avrà appunto prima di altri, che consente il riconoscimento della professionalità maturata all’interno delle nostre strutture penitenziarie.
Ma direi che oltre a questo progetto di riforma, un altro se ne è portato avanti, ed è estremamente rilevante per l’Amministrazione Penitenziaria, sul quale nelle prossime settimane si giocherà una partita importantissima: l’approvazione del nuovo contratto del Comparto Sicurezza. Il Comparto Sicurezza ha visto svolgere una contrattazione in cui l’Amministrazione Penitenziaria ha giocato un ruolo significativo, importante e ripetutamente riconosciuto dai rappresentanti della parte pubblica, e direi che apre una scommessa, così come quello del Comparto Ministeri. Il contratto del Comparto Sicurezza per la prima volta riconosce al momento dell’accordo integrativo dell’accordo di secondo livello, la possibilità di spesa, di investire denaro, di investire risorse economiche su quelle forme, su quegli aspetti, su quegli obiettivi, su quelle modalità operative che l’Amministrazione e le Organizzazioni Sindacali intendono darsi come priorità. Su questo si gioca il destino dell’Amministrazione e si vuole finalmente riconoscere che a un maggiore impegno, maggiore responsabilità, maggiore capacità innovativa, corrisponde un maggiore miglioramento retributivo: chi più e meglio fa per l’Amministrazione, dimostrando le capacità che sicuramente tutti hanno, sarà giustamente premiato.
Ancora una volta due facce di una stessa medaglia, se vogliamo chiamarle così, condividendo sino in fondo quest’immagine, se vogliamo chiamarle così per intenderci. L'Amministrazione e il personale, nelle forme che oggi lo rappresentano nella maniera più legittima, cioè attraverso le Organizzazioni Sindacali, dovranno scrivere questa norma, queste interpretazione e questa applicazione del contratto del Comparto Sicurezza che finalmente ridarà la più ampia legittimazione, il più ampio riconoscimento a quelle forme di lavoro che tutti insieme riterremo di individuare per quelli che meritano un premio, che meritano un incentivo, che lo meritano in quanto riconoscono e si riconoscono nel progetto dell’Amministrazione e individuano le forme più efficaci e migliori per realizzarlo.
E’ una scommessa importante, forte, è una scommessa in cui la capacità professionale del personale dovrà necessariamente realizzarsi in affinità e coordinamento pieno con gli obiettivi dell’Amministrazione e, quindi, ciascuno di questi due aspetti potrà andare avanti e procedere tanto meglio quanto più sarà coordinato, quanto più sarà strettamente realizzata una condivisione dei progetti con l’altro soggetto. E’ il compito che ci aspetta nelle prossime settimane, non nei prossimi mesi, nelle prossime settimane. Ed è un compito che é una grande scommessa perché vuole verificare lo spirito di realizzazione, in un’aria nuova, in un’atmosfera di grandi possibilità nell'utilizzazione di mezzi e risorse che in questo momento abbiamo, e potrà significare molto per il personale e per l’intera Amministrazione Penitenziaria.
Vi ringrazio.
 
SPERANDIO
 
Grazie al Presidente Mancuso che ha delineato quello che potrebbe essere il futuro dell'Amministrazione e del Corpo di Polizia Penitenziaria. Dò la parola adesso al Direttore dell’Uffico Centrale del Personale, dottor Emilio di Somma, che ci illustrerà forse un po' meglio quali sono i programmi per il personale di Polizia Penitenziaria, i programmi operativi immediati, voglio dire.
Prego, dottor di Somma.
 
 
Emilio di SOMMA  - Direttore Ufficio Centrale del Personale - DAP
 
         Forse no. Perchè credo che molte delle cose che potevano essere dette su questo argomento, molte cose che riguardano il mondo della realtà penitenziaria sono già state dette. Io vorrei innanzitutto rivolgere un saluto e un ringraziamento ai responsabili del SAPPE che hanno dato vita a questa giornata di riflessione su un tema di particolarissima rilevanza, e lo hanno fatto in una giornata altrettanto particolarmente significativa, il Primo Maggio.
Parlo di giornata di riflessione perchè qui si tratta proprio di riflettere, cioè di pensare cosa fare ed a come farlo, lo diceva poc'anzi il dottor Mancuso. Siccome, abbiamo la fortuna di avere un Ministro che le cose le pensa e le fa subito, forse è il momento di accelerare le riflessioni, in modo che poi al pensiero possa proseguire immediatamente l’azione. I momenti di riflessione diventano essenziali quando si versa in situazioni in cui l’operatività, pressata dall’urgenza e dall’emergenza tipica di questa Amministrazione, rischia di far perdere di vista la giusta cornice all’interno della quale muoversi, e la direzione verso la quale muoversi.
Ebbene, la cornice, io credo che sia certa, delicata, complessa, difficile ma certa. Ed è sicuramente quella che ci viene dalla norma costituzionale che disegna una politica penale penitenziaria degna di una società civile e democratica. La pena deve esistere, ma deve tendere alla rieducazione, e la certezza di ciò ci viene anche da un ordinamento penitenziario le cui previsioni sono perfettamente coincidenti con le norme costituzionali e i cui principi vanno - direi sempre più -  quotidianamente ritenuti presenti, resi vivi ed attuali, seppure nei limiti delle nostre capacità e delle nostre possibilità.
La direzione è quella non meno difficile e non meno travagliata della creazione di un’organizzazione che renda sempre più concreta la realizzazione di quanto posto in questa - come dire - sobria e pulita cornice formativa. Questa, però, è la parte più difficile. Ed allora cosa fare?
Innanzitutto rivolgere un appello al mondo politico. Al mondo politico credo vada chiesto con forza di riconoscere che a questa parte dell’Amministrazione, a questa così rilevante parte del mondo della giustizia, spetta la stessa e identica quota di attenzione e dignità riconosciuta a quella giustizia che si amministra nei tribunali. All’esecuzione della pena nel carcere e fuori dal carcere, ormai, non va attribuito il ruolo di giustizia minore, perchè non può esistere - essendo una palese contraddizione in termini - una giustizia minore.
Alla secolarità ed al clamore dei processi non può e non deve corrispondere il silenzio dell’esecuzione della pena nelle sue ormai forme più variegate. Una giustizia che se si dovesse realizzare in questo modo sarebbe una giustizia monca. Ma, attenzione, monca di una parte essenziale, perchè quella parte in cui, esauriti i tecnicismi delle procedure, si impatta definitivamente sull’uomo, sui suoi errori, sulle sue debolezze e sulla capacità di un paese civile, deve avere la certezza e la forza di recuperare parti essenziali per un corretto vivere civile. Posto questo cosa fare ?
Posto questo occorre creare un assetto organizzativo, chiaro, agile, duttile in quanto capace di necessari e progressivi aggiustamenti, quindi non sclerotizzato e finalmente stabile nella sua struttura portante. Occorre, innanzitutto, una struttura centrale capace di produrre un progetto, di indicarne le linee essenziali, di formulare i programmi per la realizzazione del progetto stesso, riservando a sé - al centro quindi - soltanto compiti assolutamente non delegabili e riservando a sé una essenziale funzione di controllo sulla realizzazione del programma stesso. Occorre una organizzazione, poi, ben radicata sul territorio, capace di realizzare nella sua concretezza il progetto, suggerendo modifiche e integrazioni frutto della quotidiana esperienza, della quotidiana attività, un'organizzazione che sia dotata di questa articolazione sul territorio, di propri e adeguati spazi di autonomia gestionale. Se questo è, vediamo come farlo.
Io credo che si possa fare soltanto utilizzando bene le risorse economiche e le risorse umane. Tralascerei l’aspetto delle risorse economiche, perchè il Ministro sa perfettamente quali sono i settori in cui è più acuta la sofferenza della nostra Amministrazione, e già ampiamente ha dimostrato di essere in grado, sia pure nel quadro delle compatibilità generali di una diffusa situazione di ristrettezza del Paese, di fare ottenere tutto l’ottenibile. Che sia per tutti l’esempio del capitolo di bilancio dello straordinario della Polizia Penitenziaria, per il quale é  stato operato un vero e proprio miracolo.
Mi viene sicuramente più agevole dire qualcosa sul versante delle risorse umane, proprio in quanto Direttore dell’Ufficio Centrale del Personale. E qui non si può non dire come sia già stato ottimamente centrato il tema della riflessione che oggi facciamo assieme, come siano tutte estremamente condivisibili le cose dette da Martinelli nel suo intervento, ed anche da Capece, dagli altri, con qualche piccola, ma a mio avviso significativa aggiunta.
Qui si tratta di capire alcune cose. La prima: siamo in presenza di una professione, quella della Polizia Penitenziaria, che per essere svolta ha bisogno di un titolo di studio di base adeguato, di una corretta selezione, di una appropriata formazione, di una serena condizione in cui essere svolta, di una gratificante previsione di sviluppo di carriera, di un trattamento economico correlato all’impegno profuso, di una quantità di uomini e di donne sufficienti a un corretto svolgimento della funzione. Noi stiamo cercando di capire, credo per la prima volta in assoluto, se e quali debbano essere le effettive dotazioni organiche soprattutto del Corpo di Polizia Penitenziaria. Per tutti gli altri ruoli già esistono, realtivamente a ciascuna sede penitenziaria, per ciascuna struttura. Per fare questo stiamo facendo un lavoro di base preparatorio che dovrà poi servire a un serrato - e mi auguro sicuramente proficuo - momento di confronto con le Organizzazioni Sindacali.
L’altro punto, e io credo che non sfugga ai responsabili del SAPPE , é che questa esigenza di professionalizzazione deve appartenere, attraverso tutti questi passaggi già enunciati, anche a tutti gli altri operatori dell’Amministrazione Penitenziaria. E ciò per due ordini di motivi. Il primo è rappresentato dal fatto che la complessità dei compiti attribuiti all’Amministrazione Penitenziaria esige la contemporanea presenza ed azione di una molteplicità di figure, di operatori. Il secondo è, secondo me, che tanto più si esalterà la professionalità della Polizia Penitenziaria, quanto più essa sarà capace di integrarsi con le altre professionalità chiamate a operare nel mondo penitenziario.
Ecco, questo è il modello organizzativo scelto. Ed è già così, non ci stiamo inventando nulla. E’ così dal 1990, è una strada sulla quale bisogna consolidare gli orientamenti e le scelte. Quindi, un Corpo di Polizia Penitenziaria che faccia parte a pieno titolo delle Forze di Polizia del Paese, che non sia ripiegato su sé stesso, ma che sia capace di proiettarsi verso l’esterno attraverso l’assolvimento di compiti delicatissimi che lo rendano sempre più visibile.
E’ stato ricordato il primo aprile: lo ricordo anch’io, per noi è una data felice. Il primo aprile del 1996 abbiamo iniziato ad assumere il servizio delle traduzioni, e mi pare che le cose, per merito della Polizia Penitenziaria e pur tra mille difficoltà, stanno andando - mi pare - abbastanza bene. Un'attività, questa, che rende il Corpo sempre più visibile, ma che non dimentichi, però, questo Corpo di Polizia Penitenziaria la sua essenziale ed istituzionale funzione, che deve assolvere in via primaria e che lo caratterizza in modo peculiare, una funzione  che lo renda partecipe con un'efficace azione di contrasto alla criminalità in tutte le sue forme, ma anche un Corpo di Polizia Penitenziaria capace di operare accanto ed assieme ad altre figure che Polizia non sono, in un reciproco rispetto dei ruoli e delle competenze.
E’ questa la scommessa da vincere, ed è questa la scommessa che uomini e donne della Polizia Penitenziaria stanno quotidianamente dimostrando di essere in grado di vincere e, quindi - se la mia breve analisi è esatta e se, dunque, è data per certa la cornice entro la quale muoversi e la direzione da seguire e se fosse esatta l’individuazione di cosa fare e di come farlo effettivamente - come diceva Martinelli, il momento che l’Amministrazione sta vivendo è si difficile e delicato, ma sicuramente esaltante ed entusiasmante. Perchè da un lato, come ricordato dal dottor Mancuso, vi é la legge delega in discussione al Senato, che è voluta fortemente dal Ministro Diliberto, e dall’altro vi é il riordino dell’Amministrazione, da operare all’interno della riforma del Ministero della Giustizia, nella più vasta cornice della riforma del Governo e dei Ministeri da approvare entro il 31 luglio. Sono scadenze a breve, vicinissime, e si muovono con chiarezza e determinazione proprio in quella direzione. Le speranze quindi, le aspirazioni, le aspettative possono trasformarsi in qualche cosa di concreto. Non bisogna, però, dimenticare il fatto fondamentale: non c’è previsione normativa che tenga e non c’è quadro organizzativo, anche il migliore possibile, che tenga se non ci sono uomini e donne che hanno voglia e capacità di realizzare quanto previsto dalla norma.
Noi tutti, dunque, dobbiamo essere convinti della bontà del progetto e impegnarci affinché esso diventi giorno per giorno realtà. E di questo impegno il ruolo determinante spetta alle Organizzazioni Sindacali per l’azione propositiva che hanno dimostrato di saper svolgere per l’essenziale ruolo di tutela degli interessi del lavoratore che ad esse compete, e per quel molto di positivo che emerge da un confronto - io mi auguro sempre più sereno e pacato - con l’Amministrazione Penitenziaria. In questo impegno, ancora, un ruolo primario spetta alle donne ed agli uomini della Polizia Penitenziaria a cui rivolgo un caloroso augurio nella giornata del Primo Maggio, Festa dei Lavoratori. Grazie.
 
SPERANDIO
 
Grazie al dottor di Somma per il suo preciso intervento e per le considerazioni espresse. Il "progetto" che ha illustrato é sicuramente condiviso anche dal personale e dal Sindacato. Tutto sta a vedere come s'intende portarlo avanti in sinergia ed armonia tra le parti interessate.
La formazione del Corpo di Polizia Penitenziaria: la parola formazione è stata detta molte volte sino adesso. E' sicuramente un argomento cruciale sul quale si deve prestare la massima attenzione. Sentiamo allora la responsabile della formazione ed aggiornamento professionale del personale, la dottoressa Luigia Culla Mariotti. Prego.
 
 
 
 
Luigia CULLA MARIOTTI  - Direttore Ufficio Formazione - DAP
 
         Io intanto devo ringraziare il sindacato SAPPE, perchè in questo giorno del Primo Maggio ci fa riflettere sul tema importante che è stato più volte rammentato nel corso degli anni, quello cioé di una professionalità alta ed elevata quale quella del Corpo della Polizia Penitenziaria e quella, ovviamente, di tutti gli altri operatori che lavorano all’interno di un contesto così difficile e così complesso come quello dell’esecuzione penale interna ed esterna.
Chiaramente, questa professionalità non può che essere supportata da un livello, da un processo di formazione intenso, elevato, un processo di formazione permanente e che segua ciascun dipendente dal momento dell’ingresso in carriera al momento del suo collocamento in quiescenza.
E’ una questione, questa, che esula dalle tante voci che si levano anche all’interno della Pubblica Amministrazione: ricordo la circolare Frattini, che in qualche modo ha delineato l’importanza della formazione per tutti i pubblici dipendenti. In un settore come questo, quindi, è ancora più importante, al di là della direttiva che riserva l’un per cento del monte salario proprio a questi processi di formazione. In questi anni, però - approfitto anche della presenza del Ministro Diliberto che so essere molto attento a questo -  mi sono sentita quasi come una “vox clamans” nel deserto, perchè - ripeto - al di là delle dichiarazioni di principio anche altri sindacati hanno incentrato il loro interesse sul problema, sul binomio professionalità-formazione, ma al di là di questo, tutto si è risolto in mere dichiarazioni di principio.
Ho portato un po' di dati - non dico i numeri perchè sarebbe un po'  controproducente - e devo dire che a livello d’impegno, negli ultimi anni, abbiamo avuto un impegno grande e consistente che, però, si è risolto in nocumento all’interno del processo di formazione ricorrente. E ciò perchè essendo le nostre otto scuole - direi sette, perchè una delle scuole di Roma è impegnata in chiave di seminario residenziale, rivolta a piccoli gruppi - le nostre sette scuole impegnate a tempo pieno con la formazione dei neo assunti, che in questo ultimo triennio ha coinvolto più di 10.300 unità, non si é fatto molto aggiornamento. Tutto si è risolto in una finalizzazione all’interno dell’aggiornamento stesso e quindi concordo con ciò che prima dicevano sia il Segretario Regionale Martinelli che il Segretario Generale del SAPPE Capece, cioé che, appunto, ci deve essere un grosso sforzo, uno sforzo politico significativo per, in qualche modo, allargare la dimensione di questo percorso di formazione permanente per il personale tutto.
Altro dato che poi porto, è il dato economico. Nel bilancio del 1996 l’impegno economico all’interno del bilancio - l’impegno che secondo me già allora era irrisorio - arrivava a 2 miliardi. Nel 1998 siamo arrivati a 1,5 miliardi!
Ora, è chiaro che in questa dimensione economica poco si può fare, e io invece dico che bisogna fare. Ed allora il discorso è questo: - a mio giudizio - credo che la legge 395 del 1990 sia ormai in qualche modo superata, perchè, e qui se ne parla, c'é bisogno di una nuova normativa, e il Ministro è stato uno dei protagonisti di questa nuova legge delega che va a istituire ruoli direttivi e dirigenziali del Corpo di Polizia Penitenziaria.
Ma già allora il legislatore del 1990, quando ha delineato i compiti complessi e delicati della Polizia Penitenziaria, in questo bilanciamento tra ordine, sicurezza e trattamento, aveva impegnato comunque l’Amministrazione in percorsi di formazione ben delineati per gli agenti neo assunti. Aveva previsto un percorso di formazione di dodici mesi all’interno del quale la professionalità poteva essere formata in termini reali, perchè i dodici mesi consentono senz'altro di curare tutti quegli aspetti a cui faceva riferimento prima il Segretario Generale del SAPPE, ovvero la conoscenza del quadro normativo di riferimento, la conoscenza delle tecniche di addestramento al tiro, le conoscenze comunque dei ruoli delle altre professionalità che all’interno del carcere si trovano a operare, e che con la Polizia Penitenziaria comunque devono compiere un percorso integrato, se si vuole raggiungere l’obiettivo previsto dalla norma del 1975 ed ancor più dalla Costituzione Repubblicana.
Purtroppo, per la necessità del contingente - lo diceva prima il dottor di Somma - noi siamo un’Amministrazione che vive sempre nell’emergenza. Questi corsi, che nel 1990 erano fissati in dodici mesi, sono stati ridotti a tre mesi. E’ chiaro che in tre mesi il percorso - in quale modo si può ben immaginare - è un percorso tale da rilevare quello che è l’essenzialità della professione, e in questi termini è stato varato il programma, portato a termine soltanto con un grande sforzo - e mi posso prendere anche il merito di questo. Perchè - e tutta la documentazione é agli atti del Dipartimento - il corso è stato poi portato da tre a sei mesi, andandoci a inventare una sorta di formazione sul posto di lavoro, che quindi ha allungato, con un periodo di tirocinio, la formazione del nuovo  personale. Però, certo, anche in sei mesi, se consideriamo una professionalità composita qual è quella dell’agente, il problema chiaramente si evidenzia.
Devo dire che dal 135° Corso in poi - e sono passati nelle nostre scuole migliaia di nuove unità - comunque i programmi che sono stati in qualche modo immaginati, sia pure nella compattazione che abbiamo dovuto in qualche modo dare ai contenuti didattici all’interno del percorso di formazione, hanno avuto dei grossi risultati positivi anche perchè - questo va detto con forza - il personale vincitore dei concorsi pubblici è un personale che culturalmente è di molto, molto più preparato rispetto a quello del passato.
Dò un dato: noi abbiamo avuto una percentuale dell’ottanta per cento di personale in possesso del diploma di scuola media superiore e una percentuale anche elevata di personale in possesso del diploma di laurea, ovvero che sta per laurearsi. E,’ questa, chiaramente una dimensione che facilita l’apprendimento all’interno di un percorso formativo seppure ristretto, che mai avremmo potuto proporre, perchè l’emergenza del momento ci faceva privilegiare l’assunzione di personale a volte anche a discapito della professionalità.
Ed allora cosa va fatto? A mio parere va riportato il percorso previsto dal legislatore del 1990 nell’ordinarietà e va recuperato, per coloro che in questa maniera sono stati fruitori di quelle iniziative ridotte di formazione, va recuperato in termini di aggiornamento quello che non è stato possibile dare, perchè c’era una particolare esigenza straordinaria.
Ma anche questo cozza con un ulteriore problema, quello della deficienza degli organici all’interno degli istituti penitenziari.
Porto un altro dato: stiamo organizzando un corso di aggiornamento, non più di formazione, perchè sono passati sette anni dall’assunzione delle agenti di Polizia Penitenziaria provenienti dai vecchi concorsi relativi alle vigilatrici penitenziarie. Ecco, questo corso di formazione, che è rivolto a donne della Polizia Penitenziaria, che dovrebbero in qualche modo comunque aggiornarsi, sia pure a molti anni di distanza dall’ingresso in carriera, in qualche modo è reso complesso perchè le esigenze dell’organico non rendono possibile inviare tutte le unità che noi abbiamo richiesto al breve percorso di aggiornamento comunque essenziale, quanto meno per rendere omogenea quella che è la professionalità del Corpo di Polizia Penitenziaria.
Ed allora l’impegno ci vuole. E’ un impegno in termini di definizione degli organici. Quando abbiamo definito gli organici in qualche modo si deve evidenziare che questo è, diciamo, lo strumento necessario per poter dare serenità operativa al personale del Corpo di Polizia Penitenziaria, ma anche all’altro personale, per poi riportare i percorsi di formazione all’ordinarietà.
Io dico che bisogna forse fare un altro sforzo ulteriore, che è quello di distribuire logicamente e razionalmente gli istituti di formazione sul territorio nazionale. Noi abbiamo oggi otto scuole - sette più una piccola - con una capacità alloggiativa di 270 posti. Abbiamo, però, concentrazione di scuole soltanto in certe regioni, mentre invece, viceversa, esiste un bisogno forte, affermato anche del contratto, di garantire le sei giornate di addestramento al tiro e le sei giornate di aggiornamento a tutti i 46.000 uomini e donne della Polizia Penitenziaria. E, quindi, c’è bisogno di portare sul territorio strutture di formazione che siano più vicine al personale, anche per diminuire i costi dello spostamento, ma ancor di più per diminuire, ovviamente, le penalizzazioni del personale che spostandosi crea problemi, non soltanto alle strutture, ma, soprattutto, alle famiglie, quando si  allontanano per lunghi periodi di tempo. In tal senso stiamo immaginando l’apertura di un paio di scuole: una in Calabria, dove dovremo effettuare tra breve un sopralluogo a Catanzaro, ove ci viene offerta l'occasione di avere quasi a costo zero una struttura di formazione, e un’altra nel Triveneto.
Io dico, però, che bisogna cominciare a pensare a strutture formative, sia pure piccole, all’interno di ciascuna realtà decentrata.
E non basterebbe ancora, a mio giudizio. Bisogna poi immaginare quello che sarà l’intervento formativo oggi per quelli che saranno i futuri ruoli direttivi e dirigenziali del Corpo. Non possiamo arrivare al momento della legge pensando poi, dopo, quale potrà essere il piano di formazione necessario per quelle persone. Io immagino una struttura di formazione di elevato livello, quasi una sorta di università della formazione per i ruoli direttivi e dirigenziali del Corpo; immagino anche che una simile competenza possa essere delegata all'ISSPE, con una separazione tra le due componenti, Polizia Penitenziaria e ovviamente altro personale.
Certo è che oggi, non dopo, bisogna definire i programmi per quel personale, perchè andiamo a immaginare un livello di organizzazione per il Corpo di Polizia Penitenziaria che deve essere certamente di alta professionalità e di alta competenza, proprio perchè deve assolvere a un compito che non è paragonabile a quello che oggi assolve - quello che può avere l’ispettore comandante di reparto - ma è una dimensione di certo molto più complessa e densa di responsabilità. Mi è piaciuta molto la definizione che ha dato il Segretario Generale del SAPPE - “maggiore sicurezza e maggiore professionalità, binomio vincente” - per in qualche modo attuare l’articolo 27 della Costituzione. Ecco, mi sembra che sia veramente la logica vincente per poter arrivare al raggiungimento dell’obiettivo. Però, ripeto, bisogna che ci sia una presa di posizione politica, perchè risorse economiche, strumenti e mezzi vengano dati per assicurare quello che è l’intervento formativo che fino ad oggi - a mio giudizio - è stato in qualche maniera ritenuto una Cenerentola, l’obiettivo Cenerentola dell’Amministrazione Penitenziaria. Per contro, la formazione deve riprendersi la sua reale importanza all’interno della progettualità complessiva dell’Amministrazione e deve farlo con forza dando tutti questi strumenti e potendo disporne.
Concludo, dicendo che noi abbiamo fatto anche dei tentativi per aumentare gli stanziamenti di bilancio, andando ad attingere anche dai fondi europei e da   questi progetti europei siano riusciti a recuperare una dimensione economica di tutto rispetto. Così come é da segnalare un altro progetto che ci è stato adesso finanziato dal Dipartimento della Funzione Pubblica, che mira a formare i funzionari, gli operatori anche in termini di conoscenza delle lingue. Ma questa è poca cosa se non c’è, viceversa, una presa di posizione forte che ci consenta comunque di avere la dimensione necessaria per poter affermare tutto quello che immagino sia l’obiettivo di noi tutti, che è poi quello che la Polizia Penitenziaria deve avere quel ruolo importante e strategico all’interno delle Forze di Polizia, così come tutte le altre Forze dell'Ordine.
Il mio ufficio si è sempre mosso in quest’ottica. Mi auguro che con la forza politica si riesca a raggiungere l’obiettivo con una maggiore velocità e capacità progettuale. Grazie.
 
 SPERANDIO
 
Grazie alla dottoressa Culla per la sua ampia esposizione. Il personale tutto si augura che la formazione e l'aggiornamento possano davvero migliorare le condizioni attuali del Corpo di Polizia Penitenziaria.
Sentite le parti sindacale ed amministrativa, sentiamo allora la parte politica che è la prima responsabile delle scelte dell’Amministrazione, qui rappresentata da un Ministro che da poco più di sei mesi, dall'ottobre 1998, guida il dicastero di Grazia e Giustizia. Ci sono due Amministrazioni all'interno del Ministero: la giudiziaria e la penitenziaria, e il Ministro Diliberto fin dal suo arrivo ha  assicurato di voler dare la stessa attenzione ai problemi dell'una - la giustizia nei tribunali - come a quelli dell'altra - la giustizia dopo i processi, nelle carceri - e in tal senso, obiettivamente, va detto che ha già dimostrato di aver fatto tanto, dando alle cose un’accelerata veramente notevole e dimostrando grande interesse soprattutto al settore penitenziario ed al personale di Polizia Penitenziaria.
La parola, sicuramente molto attesa da tutti i presenti, al Ministro di Grazia e Giustizia, onorevole  Oliviero Diliberto.
 
Oliviero DILIBERTO  - Ministro di Grazia e Giustizia
        
         Io ringrazio molto, naturalmente - e non è una frase di circostanza - gli amici del SAPPE che ci hanno offerto questa occasione di confronto e, lasciatemi dire subito che non è evidentemente un caso che io sia qui oggi, Primo Maggio, giorno della Festa dei Lavoratori. Non è un caso, anzi è una precisa scelta politica. Stamane sono qui a Cairo Montenotte insieme a uno dei pezzi più rilevanti dei lavoratori del ministero di Grazia e Giustizia - il Corpo della Polizia Penitenziaria appunto - così come questo pomeriggio, sempre nell’ambito della Festa del Primo Maggio, sarò al museo dedicato a Reggio Emilia ai fratelli Cervi, ai sette fratelli Cervi trucidati nel 1943 dai nazifascisti.
Sono due pezzi dello stesso ragionamento politico, e cioè il fatto che la nostra Costituzione si fonda su due elementi essenziali: da una parte la democrazia, l’antifascismo, appunto il rifiuto del fascismo e del totalitarismo, e dall’altra il lavoro, e non vi è democrazia senza il lavoro e la tutela dei diritti del lavoratore. E devo dire che, ringraziando naturalmente per le cortesissime parole usate nei miei confronti sia da Martinelli che da Capece, mi sono un po' meravigliato della vostra sorpresa quando affermate che “è la prima volta che un Ministro della Giustizia viene il Primo Maggio tra i lavoratori del Corpo".
Io ritengo sia mio dovere stare tra i lavoratori del Corpo, credo sia mio dovere perchè sono ministro di Grazia e Giustizia e l’Amministrazione Penitenziaria è una delle parti fondamentali e circa metà del Ministero, e dal punto di vista numerico dei lavoratori è più della metà del Ministero. Dunque, trovo indispensabile confrontare il mio progetto per l’Amministrazione Penitenziaria - di cui dirò tra breve - con il progetto delle Organizzazioni Sindacali.
Le organizzazioni dei lavoratori, appunto, che come abbiamo visto anche oggi dai discorsi svolti dai Segretari Regionale e Nazionale del SAPPE, non sono portatrici soltanto di rivendicazioni sindacali, ma sono, viceversa e giustamente, portatrici di un progetto sull’Amministrazione Penitenziaria che mi offre l’occasione di un confronto con un progetto mio e del Governo del quale mi onoro fare parte.
Quindi, io svolgerò stamane qui con voi delle riflessioni squisitamente politiche, perchè questa è un’occasione politica di confronto, appunto, di linee politiche e credo, penso, anzi ne sono convinto, possono tra noi essere coincidenti.
Qualcuno ricorderà che quando sono diventato Ministro, pochi giorni dopo, si è svolta a Roma la Festa del Corpo di Polizia Penitenziaria. In quella circostanza presi un impegno con voi, un impegno che mi sono sforzato di mantenere, e cioè quello di offrire pari attenzione al tema dell’accertamento delle responsabilità, così come a quello dell’esecuzione della pena.
Credo di poter dire che in questi sei mesi abbiamo fatto molti passi avanti in questo campo, sapendo che è un campo più difficile degli altri, perchè non è semplice coinvolgere su questi temi la grande opinione pubblica. Perchè la società - lo ricordava ancora Capece - nel suo complesso è disattenta a questi problemi, quando addirittura non prova fastidio per questi problemi, quasi disinteresse e vuole la rimozione dei temi del carcere, dei temi del penitenziario. Tende a rimuoverli, perchè i temi del sistema penitenziario fanno riflettere su aspetti che la gente comune preferisce non affrontare. Tanto è vero che, come mi è capitato di dire ufficialmente - lo ha ricordato ancora Capece - al Senato della Repubblica, venerdi scorso, i temi carcerari sono oggetto di attenzioni da parte dei giornali, delle televisioni, delle discussioni dell’opinione pubblica solo quando emergono le patologie del sistema: evasioni, aggressioni, eventi tragici, magari suicidi, oppure quando ci sono ospiti, nei nostri istituti, detenuti eccellenti che fanno notizia in sé e ci si dimentica dei 50.000 altri detenuti "normali".
Quando un pericoloso latitante, un uomo che rappresenta un pericolo per la società, viene arrestato, questo fa notizia e, giustamente, le Forze dell’Ordine che hanno proceduto all’arresto, vengono valorizzate, vengono encomiate e giustamente sono portate agli onori della cronaca. Noi dobbiamo gratitudine a queste Forze dell’Ordine che contribuiscono alla sicurezza dei cittadini.
Ma dopo quell’arresto, per gli anni a seguire, in un lavoro prezioso, ma assolutamente oscuro, siete voi a dover garantire la prosecuzione di quella sicurezza dovuta ai cittadini, lavoro indispensabile, ma lavoro, appunto, non valorizzato, non tenuto presente dalla società e, viceversa, il carcere è un pezzo della società come tutti gli altri. Il carcere é un pezzo della società che richiede, come gli altri pezzi della società, delle risposte politiche, tanto più perchè nel carcere si vive in maniera esacerbata l’intero disagio sociale, la marginalità sociale. Pensate al fatto che metà della popolazione carceraria, come voi ben sapete meglio di me, è composta da immigrati e da tossicodipendenti, cioè dalle forme nuove del disagio.
Ed allora io credo che dobbiamo affrontare, nelle forme nuove e inedite che si pongono davanti a noi, queste contraddizioni, alla luce della guida che ci è data dal dettato costituzionale, e cioè lo scopo della pena destinata tendenzialmente al recupero del reo, anche se è vero che esistono alcuni detenuti - pochi, una esigua minoranza - che rappresentano un pericolo reale per la società, un pericolo attuale per la sicurezza dei cittadini, detenuti che magari cercano di continuare a dirigere le proprie organizzazioni criminali anche da dentro il carcere. Bene, questi, però, sono appunto una minoranza.
Prevale, viceversa, di gran lunga il disagio sociale, la marginalità, la povertà, la disoccupazione, l'ignoranza, tutti i grandi mali che affliggono la nostra società, ed è per questo che io voglio qui ribadire che noi abbiamo imboccato e continueremo a proseguire una linea coraggiosamente riformatrice nella politica penitenziaria. Indietro non si può tornare! La Legge Gozzini, che resta il caposaldo degli orientamenti della politica penitenziaria, ha ben funzionato, così come ha funzionato l’idea generale dell’apertura del carcere alla società e dell’ingresso della società nel carcere, attraverso forme che vanno valorizzate. Non in modo demagogico, però, come quello del volontariato, sapendo che esso non può e non deve essere sostitutivo, come un alibi, per quanto riguarda le strutture dello Stato, ma porta semmai un valore aggiunto alle strutture dello Stato, ed è in questo senso che ci accingiamo a siglare un protocollo d’intesa importante e impegnativo con la Conferenza Nazionale del Volontariato Giustizia. Così come proseguiremo sulla strada del lavoro ai detenuti, lavoro che è propedeutico al reinserimento del reo nella società.
Pensate alle convenzioni già siglate con enti locali e con aziende. Ce ne sono tante in Italia: recentissima, l’ultima, con la Regione Lombardia e la TIM e l'Istituto di San Vittore, dove è stata addirittura costituita dentro il carcere una linea di produzione, una vera e propria catena di montaggio. Così come ritengo importantissimo il fatto - e il Governo è impegnato per l’approvazione in seconda lettura alla Camera dei Deputati - che il Senato abbia approvato il provvedimento sul lavoro anche per i carcerati non ammessi a pene alternative. Il lavoro è il prerequisito per provare il reinserimento, per il trattamento, e siamo impegnati complessivamente sulle condizioni di vita materiale del carcere, dei detenuti.
La salute. Abbiamo siglato una convenzione importante con il ministro della Sanità per quanto riguarda i malati HIV e speriamo che la Camera, in terza lettura, possa definitivamente e il più rapidamente possibile approvare il provvedimento sull'incompatibilità della situazione dei malati di AIDS con il carcere.
Abbiamo anche nelle piccole cose cercato di venire incontro alle esigenze dei detenuti che non vengono dal nostro Paese. Penso al fatto apparentemente piccolo, ma in realtà molto rilevante anche sul piano simbolico, dell’aver consentito nel dicembre scorso ai detenuti di religione islamica - e sono tanti tra gli immigrati - di celebrare le festività del Ramadan e cioè il diritto all’esercizio del culto che vale per tutti i culti, e sappiamo quanto aiuto dà ai detenuti la propria religione.
Così come proseguiremo coraggiosamente nella strada della sperimentazione, già avviata con successo in altri Paesi d’Europa, compreso la cattolicissima Spagna, relativa all’affettività in carcere, che non è semplicemente l’idea del sesso in carcere, è l’affettività appunto, è la possibilità di avere dei momenti con i propri figli, con i propri fratelli, con i familiari, dei momenti che diano conforto ed alimentino la speranza per coloro che stanno nelle carceri.
Siamo dunque senza alcun cedimento impegnati in una linea riformatrice. Ma poichè c’è differenza, come voi ben sapete, tra il proclamare queste cose nei convegni e il farle, per fare queste cose ci sono due condizioni che devono essere assolte, due condizioni senza le quali nulla di tutto ciò si potrà fare, senza le quali non faremo nessuna riforma, ma faremo dei bellissimi convegni che non cambieranno le cose.
Due condizioni senza le quali c’è il rischio, paradossalmente, di un ritorno indietro. Non potremo andare avanti, anzi c’è il rischio appunto, di una regressione sulla linea riformatrice. Dunque, due condizioni che io giudico politicamente indispensabili e che io intendo perseguire con la massima determinazione.
La prima: l’opinione pubblica, la larga opinione pubblica deve essere tranquilla che questa linea non crea allarme sociale, che questa linea non intacca la sicurezza dei cittadini italiani e, dunque, che le riforme, quelle che ho prospettato all’apertura, non sono delle fughe in avanti e non sono figli di una cultura illuministica, ma viceversa sono figli di una cultura riformistica, vera. Nessun allarme sociale, perchè se avremo l’allarme sociale non potremo fare le riforme, perchè non vi sarà il consenso dell’opinione pubblica, vi sarà il consenso di alcune ristrette avanguardie per le riforme, ma non potremo farle.
Ecco allora il senso delle due iniziative che in questi primi mesi ho avviato. La prima è relativa all’esercizio dell’articolo 41 bis per i detenutii di alta pericolosità sociale, in particolare per gli appartenenti alle associazioni criminali di stampo mafioso. Articolo 41bis che, come saprete, io non ho delegato ad alcuno, ma esercito personalmente su ciascuno dei detenuti, firmando i provvedimenti. Ed insieme a questo, sempre in relazione ai detenuti sottoposti al 41 bis, il provvedimento di proroga dello stesso che è strumento indispensabile nella battaglia dello Stato della Repubblica Italiana contro la malavita organizzata. Non possiamo consentire che alla scadenza del provvedimento, alla fine di quest’anno, del 1999, esso venga meno.
Ma vi è un secondo provvedimento, di cui mi assumo interamente la responsabilità politica, e cioè la creazione di un nuovo ufficio che è stato oggetto, come saprete, anche di contestazioni politiche, un ufficio che si occupa della sicurezza.
Io ho chiamato - su proposta del Direttore Generale - a reggere l’ufficio così costituito, un generale che voi ben conoscete, il Generale Enrico Ragosa, che è tornato così a lavorare in questa Amministrazione, un uomo che è garanzia di fedeltà democratica ed è garanzia di efficacia della propria azione. Questo ufficio è alle dirette dipendenze del Direttore Generale, non ha compiti diretti di gestione ed è lontano anni luce dall’idea, che pure è stata sollevata da qualche giornale, di restrizione delle condizioni carcerarie, anni luce distante! Serve esattamente al contrario. L’Ufficio per la Garanzia Penitenziaria è la precondizione proprio per poter aprire il carcere senza preoccupazione.
Ma vi è una seconda condizione per poter fare le riforme, ed è il pieno coinvolgimento dei lavoratori del settore sulle riforme medesime, sul progetto, appunto. I lavoratori devono - non possono, devono - essere partecipi del progetto attraverso le loro organizzazioni sindacali e il coinvolgimento di esse sta dando positivi risultati, perchè non è possibile che le Organizzazioni Sindacali sappiano delle decisioni che riguardano i lavoratori dai giornali;  devono poter dire la loro sulle decisioni che vengono assunte, e credo che da quando sono al Ministero si possa dire di aver creato un clima nuovo e positivo di rapporto tra il livello politico decisionale - e cioè il Ministero - l’Amministrazione e le Organizzazioni Sindacali tutte.
Decideremo insieme le politiche che di volta in volta porterò in Parlamento, così come abbiamo fatto fino ad ora. E’ giusto il ruolo della politica quello di costruire attorno alle ipotesi il consenso nell’opinione pubblica e tra i diretti interessati. Ma il coinvolgimento nelle decisioni da solo non basta, è indispensabile ma non basta, non è sufficiente. Vi è un altro punto che spesso é  sottovaluto, ed è il punto che i lavoratori vanno anche motivati, non solo coinvolti, soprattutto motivati. Non si lavora per qualcosa, ma insieme per qualcosa, e i lavoratori del settore penitenziario, a iniziare dalla Polizia Penitenziaria - ma ovviamente non solo essi - credo vadano motivati più che in altri settori, perchè è più delicato, è più difficile il loro lavoro.
Bisogna riscoprire l’entusiasmo, la voglia di fare, ma per poter ottenere questo risultato bisogna cambiare le cose, le condizioni materiali di vita non solo dei detenuti, ma anche dei lavoratori del carcere, perchè le due cose si tengono, si compenetrano, non vi è l’una senza l’altra.
E allora sì - come dice lo stemma del vostro Sindacato - voglio parlare di cose e non di parole.
In sei mesi abbiamo ottenuto molto: l’emendamento al provvedimento sul riordino delle carriere prefettizie è stato inserito alla Camera e prevede il riordino complessivo di tutto il comparto, direttori, educatori, personale amministrativo, assistenti sociali e, ovviamente, il Corpo di Polizia Penitenziaria al quale viene riconosciuto il ruolo direttivo e il ruolo di dirigente, che è semplicemente scandaloso che ancora non vi sia.
Questo emendamento è stato inserito alla Camera dei Deputati. Per questo provvedimento, che è stato approvato dalla Camera, cioè dal primo ramo del Parlamento, é iniziata due giorni fa al Senato, in Commissione Affari Costituzionali, la discussione di merito. Se il dibattito parlamentare continuerà con questi ritmi, spero che potremo avere la legge approvata quanto prima.
Perchè, vedete, questo provvedimento è per noi indispensabile. E’ indispensabile, perchè dà una delega al Governo che consentirà di scrivere ancora una volta, insieme, la nuova norma per l’intera organizzazione del lavoro del vostro settore. E su questo consentitemi di spendere una parola proprio sulla Polizia Penitenziaria.
Chi mi conosce sà che uso difficilmente dei giri di parola, per cui sarò sincero sino alla brutalità. Credo che sia utile essere sinceri, invece che usare frasi di circostanza. Quando sono arrivato al Ministero mi sono reso conto di qualcosa  che mi è saltata agli occhi in modo macroscopico, ed è che in Italia esisteva una Forza di Polizia, appunto la Polizia Penitenziaria, considerata Forza di Polizia di serie B. Questa è una vergogna e io intendo cambiare questa realtà. Io credo che le donne e gli uomini del Corpo di Polizia Penitenziaria debbono innanzitutto recuperare l’orgoglio di appartenere al proprio Corpo, così come io sono orgoglioso di essere al vertice di una struttura all’interno della quale si sono appunto le donne e gli uomini del Corpo di Polizia Penitenziaria. Ed è in questa direzione che abbiamo operato, appunto, nel senso delle cose e non delle parole: per il ruolo direttivo e dirigenziale, di cui ho già detto, e per l’approvazione del nuovo Regolamento di Servizio. Sapete bene che datava al 1937 il precedente, redatto in ben altre temperie politico-culturali. Il nuovo Regolamento lo abbiamo approvato al Consiglio dei Ministri alla vigilia di Natale, il 23 dicembre 1998. Io sono diventato Ministro il 21 di ottobre. In due mesi abbiamo ottenuto il concerto, cioè la firma congiunta, di sei Ministri, il parere del Consiglio di Stato e l’approvazione del Consiglio dei Ministri. Adesso il Regolamento è il vostro nuovo Regolamento!
Abbiamo lavorato affinchè, sempre sul piano delle parità con le altre Forze dell’Ordine, la Polizia Penitenziaria potesse partecipare alle missioni all’estero.
Ho scritto una lettera al Presidente del Consiglio, onorevole Massimo D’Alema, che mi ha risposto prontamente e, come sapete, questo provvedimento è stato varato, con grande disponibilità, dal Presidente del Consiglio, e tra breve potremo mandare in Albania, nel quadro dei protocolli d’intesa della cooperazione, insieme alle altre Forze dell’Ordine, anche un primo contingente di Polizia Penitenziaria.
Abbiamo salvato con la finanziaria il taglio degli straordinari, abbiamo creato l’UGAP, siamo avanti nella predisposizione del nuovo stemma della Polizia Penitenziaria, e io spero che tra breve potremo dare vita alla rivista della Polizia Penitenziaria, un organo di stampa che hanno già tutte le altre Forze dell’Ordine.
Ma c’è un punto nuovo, che è di ieri, che sono ben lieto di poter annunciare oggi, Festa del Lavoro, qui nella vostra sede, nel corso di un vostro convegno:  il Consiglio dei Ministri di ieri mattina ha approvato il disegno di legge, da me presentato, per il condono dei provvedimenti disciplinari relativi al Corpo di Polizia Penitenziaria. Ancora una volta quindi, senso di sé, senso di appartenenza, dignità, gratificazione nel lavoro. Cose non parole.
Cercheremo - certamente c’è molto da fare - di migliorare le missioni, le scuole di formazione, temi quali le ferie, gli orari di servizio, il salario. Abbiamo tantissimo cammino da percorrere, ma sono convinto che lo percorreremo;  possiamo pensare di avere un progetto ambizioso che è quello di tenere insieme una grande prospettiva riformatrice per il carcere italiano, insieme a una grande prospettiva riformatrice per la Polizia Penitenziaria. Le due cose d’altro canto si tengono, non vi sarà l’una senza l’altra e viceversa. Possiamo infatti pensare di fare il trattamento con un personale demotivato, stanco, incerto sulle proprie prospettive lavorative e di carriera? Sarebbe un errore tragico. Tutto questo passa, dunque, attraverso un proficuo rapporto tra il Ministero, la Direzione dell’Amministrazione Penitenziaria, nei suoi vari uffici, nelle sue varie articolazioni e, credo che si possa dire che lavoriamo in perfetta sintonia, ed è con questo spirito, con queste prospettive, sulla base di questo progetto che appunto io sono qui insieme a voi il Primo Maggio, Festa dei Lavoratori. Ed è con questo spirito che io chiedo a voi, donne e uomini del Corpo di Polizia Penitenziaria ed a voi, esponenti del Sindacato della Polizia Penitenziaria, di voler percorrere insieme a noi la strada così ardua, così difficile, ma anche - lasciatemelo dire - così appassionante che abbiamo dinanzi. Per quanto mi riguarda sento profondo il senso di un impegno che è soltanto appena incominciato e che proseguirà, ed è il senso anche di una responsabilità che mi sono assunto, appunto la responsabilità di dire, non solo a voi che ben lo sapete, ma di dire all’intera società che questo pezzo di società ha pari dignità dell’altra. Il Governo, questo Governo di centro-sinistra del quale io mi onoro di fare parte, questa responsabilità intende percorrerla sino in fondo. E’ un impegno molto serio, e credo che insieme - ne sono anzi convinto - che insieme ce la faremo a percorrerlo sino in fondo.
Vi ringrazio molto e vi auguro un buon Primo Maggio.
 
SPERANDIO
 
Grazie al Ministro Diliberto. All’inizio del convegno c’era il velato timore che l'incontro odierno potesse tramutarsi in uno scontro. Così non è stato, e secondo me c’è stata anche la risposta alla domanda che faceva il Segretario Generale del Sindacato all'inizio. Vogliamo una risposta, ha detto Capece, e credo che le parole del Ministro siano state abbastanza esplicative, che siano state abbastanza ottimistiche tali da far ritenere che qualcosa è cambiato ed altro cambierà ancora.
E' la dimostrazione, tra l’altro, che l’incontro di questi tre comparti dell’Amministrazione Penitenziaria - il personale e il Sindacato, gli amministrativi e la parte politica (che a mio dire è quella che ha dato la maggiore novità da molti anni a questa parte) - é un fatto positivo e credo che dovranno incontrarsi ancora più a lungo negli uffici delegati del Ministero e di largo Daga (sede del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, n.d.r.).
Oggi, in questa festività del Primo Maggio, in questo bellissimo posto che è la Scuola di Cairo Montenotte, ringraziamo nuovamente gli amministratori locali per il saluto e la loro presenza in sala. Il SAPPE vuole ringraziare tutti e intende far sapere a tutti - in maniera particolare - vuole far capire che non è nemico dell'Amministrazione, come é stato detto altre volte. Anche se nessuno lo vuole dire, provocatoriamente lo devo rilevare: ogni tanto, anche da parte di qualcuno dell'Amministrazione, si è detto che il Sindacato è il solito rompiscatole, vuole di tutto, vuole di più. Il Sindacato, io credo, vuole soltanto quello che è dovuto al lavoratore, lo dice e garantisce la legge. Il Sindacato, allora, vuole solamente il rispetto di quello che dice la legge per il personale, per la gente che lavora. Tutto qui.
Il convegno di oggi, che nelle intenzioni voleva essere motivo d'incontro per migliorare i rapporti tra le parti, può senz'altro definirsi un evento propedeutico alla riflessione su come s'intende strutturare - o ridefinire - l'intero sistema penitenziario e il Corpo di Polizia Penitenziaria in particolare. Ha raggiunto così due scopi, entrambi rilevanti. Purché ciò che é stato detto non rimanga soltanto nelle buone intenzioni, parole agli atti senza un seguito.
Ringrazio tutti i partecipanti e le autorità presenti.
Auguri a tutti per la Festa dei Lavoratori. Buona giornata.
 
Termine lavori: ore 13.15
 
Alla fine del Convegno sono stati consegnati, dal Segretario Generale del SAPPE Donato Capece, al Ministro Oliviero Diliberto ed ai dirigenti dell'Amministrazione alcuni doni, in segno d'amicizia e ringraziamento per la loro disponibilità e partecipazione.
Prima di lasciare la Scuola il Ministro Oliviero Diliberto ha salutato il personale in servizio ed ha ricevuto una delegazione dell'ANPPE, Associazione Nazionale Polizia Penitenziaria, in rappresentanza degli appartenenti al Corpo in quiescenza.