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RIPRENDIAMO DA SASSARI:

Una vicenda triste che merita la giusta attenzione

ANALISI E OPINIONI A CONFRONTO di Giovanni Battista Durante

                                   
Con ordinanza del 2 maggio Duemila il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Sassari disponeva l’arresto di 82 dipendenti dell’Amministrazione penitenziaria, di cui 79 sono poliziotti, uno Provveditore regionale e l’altro direttore dell’istituto penitenziario della stessa città, l’ormai famoso carcere di San Sebastiano. Di questi 22 sono finiti in carcere e 60 agli arresti domiciliari. Non era mai successo nella storia dell’Amministrazione penitenziaria, ma credo in nessuna amministrazione dello Stato, che tanti dipendenti, di cui la maggior parte poliziotti, fossero inquisiti contemporaneamente e arrestati. Neanche per i fatti di Tangentopoli fu emesso un provvedimento così generalizzato. Credo che i giudici, non essendo né sciocchi né tantomeno ingenui, avessero previsto il clamore che quell’iniziativa avrebbe suscitato, anche e soprattutto nell’opinione pubblica che – è bene dirlo – non esprime mai un giudizio unanime, soprattutto in casi così clamorosi e particolari. Se all’inizio di Tangentopoli “la gente comune” si schierò quasi all’unanimità con i magistrati, soprattutto perché si era sentita tradita e beffeggiata da quei potenti ai quali, attraverso il voto, aveva consentito per tanti anni di amministrare male la res pubblica, patrimonio di tutti, nel caso di Sassari, invece, quel consenso unanime di certo non c’è stato, né da parte dei politici, né tantomeno dell’opinione pubblica. L’unica ad avere invocato solidarietà per l’azione dei magistrati, nella speranza, forse, che altri seguissero l’esempio dei colleghi di Sassari, è stata Ersilia Salvato, la senatrice che lasciò il partito dei Comunisti Italiani perché Cossutta le preferì Diliberto al ministero della Giustizia. L’unica risposta all’appello della Salvato è stata quella di Maurizio Blondet che su un importante quotidiano ha scritto: “Anche questo appello non è degno di un Paese civile”. Condivido pienamente l’affermazione di Blondet che, forse, si stupisce perché conosce poco l’attività e il modo di esternare della Salvato. Non abbiamo ancora dimenticato quando la senatrice, durante una riunione di Antigone all’indomani della mancata riconferma di Alessandro Margara alla direzione del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, diede del fascista al nostro sindacato. Parole in libertà anche quelle. Non ho invece condiviso ciò che Blondet ha scritto all’inizio del suo articolo, e cioè: “ne ho conosciuti, di questi poveracci che ancora qualcuno chiama (con parola spregiativa) “secondini”. Sono giovani del popolo, di poca istruzione, che per vivere accettano il salario più basso che questo Stato avaro offre, per il lavoro più atroce che esista”.
Qualcosa di simile ha scritto anche Giorgio Bocca su la Repubblica. Scrive Bocca: “Come tutte le tragedie del carcere anche questa è una triste e allucinante storia fra poveracci: quelli che, al novanta per cento, formano la popolazione carceraria e quelli che fanno l’ingrato lavoro del custode per mettere assieme il pranzo con la cena”. Bocca prosegue scrivendo più avanti: “Nelle carceri di tutto il mondo, anche nelle nostre, si fronteggiano due portati della modernità: una criminalità in continua crescita (negli Stati Uniti siamo a un milione e mezzo di carcerati, in proporzione quindici volte i nostri) affidati a un personale di custodia sempre più messo assieme con gli umili assunti contro voglia, per bisogno, impari al compito. E la tentazione degli umili e degli impari a risolvere con la forza ciò che non sanno risolvere, tentando almeno di prevenire le cicliche esplosioni.”
Non me ne vogliano né Bocca né Blondet, ma credo che entrambi, attraverso queste descrizioni, abbiano compiuto delle splendide operazioni di surrealismo, avendo tracciato il profilo di operatori che sì ci sono stati – venti, trenta, quarant’anni fa, e che, in ogni caso, meritano rispetto perché facevano un lavoro che nessuno voleva fare - ma che oggi non esistono più. Non so quali operatori abbia conosciuto Blondet e quando li abbia incontrati, ma la realtà è ben diversa da quella che lui ha descritto nel suo articolo. Certo, è una realtà difficile, fatta di istituti a volte fatiscenti e inadeguati, soprattutto per mancanza di spazi. Che siano troppi i detenuti è solo una parte della verità, una delle due facce della stessa medaglia, poiché è anche e soprattutto vero che sono pochi gli istituti penitenziari, rispetto all’ineluttabile esigenza della società di costringere in carcere coloro che commettono i reati previsti e sanzionati dal nostro codice penale. Ciò è ancora più vero se si aggiunge – cosa che tutti si dimenticano di dire – che nel nostro Paese più del novanta per cento dei reati rimangono impuniti perché non si riesce ad individuare i colpevoli o, cosa ancora più grave, quando si riesce ad individuarli la lentezza della nostra giustizia non riesce a celebrare i processi nei termini previsti dal codice di procedura penale, ovvero, quando si riesce a portarli a termine, spesso, i colpevoli sono irreperibili. E’ il caso di ricordare quanto avvenne a Bologna circa un anno fa. Una sessantina di extracomunitari furono complessivamente condannati a più di duecento anni di reclusione, ma solo una quindicina stanno espiando la pena perché al momento della condanna erano già in carcere per altri reati. Gli altri furono irreperibili.
 
                                                            RISPOSTE E PROPOSTE
 
Quindi, cosa succederebbe se, invertendo quella percentuale, fossimo in grado di assicurare alla giustizia più del novanta per cento di coloro che commettono i reati previsti e sanzionati dal codice penale? Di quanti carceri in più ci sarebbe bisogno? Di quanti giudici e tribunali in più avrebbe bisogno il nostro Paese per celebrare i processi?
Questo ci saremmo aspettato che scrivessero Bocca, Blondet e gli altri autorevoli opinionisti che in questi giorni hanno commentato i fatti di Sassari. Tra questi c’è il solito Adriano Sofri con l’articolo “Dalla parte dei detenuti e degli agenti picchiatori”, pubblicato da la Repubblica. Qualcuno sostiene che sia l’alter ego del dottor Cerri, direttore della casa di reclusione di Pisa, anch’egli sostenitore di Antigone, il quale, al bisogno, non perderebbe occasione per  parlare e scrivere attraverso l’autorevole ospite. Vista la quantità e qualità di informazioni di cui Sofri dispone, riguardanti anche atti e provvedimenti che non sono proprio di dominio pubblico, non ci sarebbe da stupirsi se fosse vero.
L’aver voluto accomunare la condizione sociale e culturale dei poliziotti penitenziari a quella dei detenuti, una condizione di umili (Sic!) e umiliati, di impari e figli del popolo (devo dire che ci sentiamo soprattutto figli dei nostri genitori, e un po’ figliastri di uno Stato che non ci consente di lavorare al meglio), ci ha per un verso offesi e per l’altro restituito quell’orgoglio che dopo i fatti di Sassari, per un attimo, pensavamo di aver smarrito. Tra noi non ci sono umili, a volte ci sentiamo umiliati per la scarsa e ingenerosa attenzione del “mondo esterno” e delle istituzioni. Facciamo, sì, il nostro lavoro con umiltà, spirito di sacrificio e dedizione, ma questo è ben altra cosa dell’essere umili, una caratteristica peraltro non richiesta per fare il poliziotto. La reazione spontanea (in dieci anni di libera sindacalizzazione non mi era mai capitato di vedere e sentire tanta solidarietà tra il personale che, liberamente e spontaneamente, ha aderito alle manifestazioni di protesta in tutta Italia, e questo credo che i magistrati di Sassari non l’avessero previsto) di questi giorni è stata una reazione di orgoglio e non di umiltà, come era giusto che fosse. Non è stata una reazione di assoluzione per eventuali colpe – peraltro tutte da dimostrare -, ma di solidarietà verso quei colleghi che nel momento dell’arresto (ingiusto!) si sono sentiti abbandonati da tutti. Abbiamo fatto in modo, riuscendoci, che non si sentissero abbandonati anche da quei colleghi che con loro hanno condiviso giorni, mesi e anni di lavoro duro e difficile, fatto spesso in solitudine e di solitudine quotidiana, senza le giuste ricompense economiche e sociali, anche se, nonostante tutti i problemi che abbiamo, la situazione descritta da Blondet e Bocca è fortunatamente lontana dalla realtà. I poliziotti penitenziari non sono messi insieme reclutando gli umili e gli ignoranti. Basterebbe guardare il livello di istruzione del personale assunto negli ultimi cinque anni per rendersi conto che il settanta per cento è composto da diplomati, laureati e laureandi. Certo, non ci sono né professori universitari né scienziati, ma per fare il poliziotto (penitenziario o di Stato), il carabiniere, il finanziere e la guardia forestale non sono richiesti particolari titoli accademici, se non il diploma di scuola media inferiore per l’agente, quello di scuola media superiore per l’ispettore e la laurea per i funzionari e i dirigenti.
I disagi, quindi, nascono da problemi irrisolti che ci portiamo dietro da tantissimi anni (non solo noi, purtroppo, ma tutto il nostro Paese), e vanno cercati nelle responsabilità spesso collettive di coloro che avevano l’obbligo di rimuoverli e non l’hanno fatto. Ma questo è un discorso che non voglio affrontare perché potrebbe sembrare banale e inutile. Sarebbe come voler spiegare l’origine della colpa e del peccato che interessano l’uomo fin dalla sua creazione.
Qualcosa però bisogna dire.
Prima di tutto bisogna dire che sarebbe opportuno tentare di ragionare in maniera realistica, abbandonando, come dicevo prima, ogni velleità ideologica che sconfina nell’utopia. Quindi, atteso che non possiamo liberarci della colpa e del peccato, che hanno origini ben lontane (il cardinale Carlo Maria Martini, autorevolissimo biblista, ha detto in un’intervista al Corriere della Sera che nell’uomo sono presenti il bene e il male e l’unica cosa che si può fare, non potendo sconfiggere il male, è cercare di far prevalere il bene), ritengo di poter affermare che il carcere è un male necessario, almeno fino a quando non riusciremo a trovare una forma alternativa meno violenta che, però, garantisca almeno la stessa sicurezza sociale, anche se gli utopisti sostengono che il carcere non garantisce nessuna forma di sicurezza sociale. Noi che cerchiamo di guardare le cose con un po’ di realismo siamo convinti che il carcere assolve ad una funzione di legalità, e lo fa nella misura in cui riesce a garantire giustizia e sicurezza. Giustizia attraverso l’espiazione della pena che, è bene ricordarlo ai molti che spesso se ne dimenticano, ha la duplice funzione di emenda, attraverso la restituzione del mal tolto (cosa che il più delle volte non avviene), e, nei limiti del possibile (infatti la pena deve tendere alla rieducazione del condannato) di recupero sociale del condannato.
Intanto, nell'attesa che riusciamo a liberarci del carcere, qualcosa bisognerà fare per migliorare l’attuale situazione. Dall’analisi fatta finora balza quindi evidente che è necessario abbattere le barriere ideologiche e costruire nuove carceri che siano in grado di offrire “una vita più dignitosa” ai detenuti, consentendo all’Amministrazione e agli operatori di mettere in atto le giuste iniziative per ogni possibile recupero del condannato. Sarebbe opportuno, quindi, offrire a ogni detenuto spazi singoli o, al massimo, da dividere con un altro compagno. Oggi, purtroppo, ci sono tanti istituti dove convivono fino a dieci detenuti in una cella.
E’ necessario consentire al personale di svolgere l’orario di lavoro previsto dal contratto (sei ore al giorno, ricordiamo che oggi ne fanno anche otto o nove, spesso non retribuite), garantendo ad ognuno il riposo settimanale e le ferie. Sarebbe legittimo, infine, dare al personale almeno i soldi previsti dal contratto. A tutt’oggi non abbiamo ricevuto l’indennità di vacanza contrattuale che doveva esserci data entro il primo aprile, non è stato fatto il contratto integrativo relativo ai soldi stanziati per l’anno 1999 (circa quaranta miliardi), non abbiamo ancora avuto i venti miliardi per le qualifiche apicali (atto legislativo che interessa tutto il comparto sicurezza), tanti colleghi devono avere i rimborsi per le rette degli asili nido (perché il nostro Dipartimento non riesce ad emanare la circolare) … In compenso, però, 82 persone sono finite in carcere e dovranno anche pagarsi le spese legali.
Accanto a queste piccole cose che potrebbero essere risolte solo con un po’ di buona volontà, ce ne sono altre più complesse ma, in ogni caso, di non difficile soluzione. Abbiamo soprattutto ereditato un sistema penale e penitenziario che andrebbero ripensati e adeguati alla nostra società che negli ultimi quindici anni è mutata radicalmente. Basta pensare alla popolazione detenuta che per circa un terzo è formata da stranieri (concentrati soprattutto nel centro – nord) che non finiscono in carcere per caso, ma perché costituiscono la nuova criminalità di quella parte del nostro Paese che è meno controllata dalle associazioni mafiose nostrane.
E’ da queste considerazioni che bisogna partire per affrontare seriamente il problema delle carceri e della criminalità più in generale, anche perché non si può pensare di riformare il sistema penitenziario, senza tenere conto di ciò che succede all’esterno, nella società civile. Ogni progetto che non tenga conto di questi aspetti è destinato a fallire.
 

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