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SPECIALI
Speciale Sassari
SAN
SEBASTIANO : “
Emergenza carcere ”
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L’inchiesta sassarese ha sconvolto il sistema carcerario.
L’opinione pubblica è turbata e preoccupata per la sconcertante notizia
diffusa dai mezzi d’informazione. Ancor più sconcertante è
l’informazione scorretta che ricerca nella notizia lo scoop producendo
sbandamenti. Non è giusto approfittare della pietà dell’opinione
pubblica che poco conosce del penitenziario, facendo apparire gli
operatori penitenziari in divisa come dei carnefici.
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In
un solo giorno è stato distrutto il prestigio di un Corpo di Polizia dello
Stato che, faticosamente e onorosamente fra tante difficoltà, ha acquisito
professionalità e competenza che lo distinguono da altre forze
dell’ordine. La cronaca ha delegittimato il Corpo di Polizia Penitenziaria
che quotidianamente garantisce l’ordine, la disciplina e la sicurezza nei
penitenziari italiani. Ad ottantadue servitori dello Stato è stato
riservato lo stesso trattamento tipico per i boss mafiosi. Sono stati
arrestati con le stesse modalità riservate ai peggiori criminali. Le loro
abitazioni sono state sottoposte a perquisizione. Nessuno dei politici, che
tanto solennemente affermano i principi di dignità, di rieducazione e di
reinserimento sociale, ha speso una parola in favore dei famigliari dei
colleghi, in particolar modo dei figli di tenera età, rimasti traumatizzati
nel vedere il proprio congiunto ammanettato e prelevato dai carabinieri con
operazioni da blitz.
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L’intero Corpo ha perso di credibilità e
d’onore. La Polizia Penitenziaria è stata considerata un corpo di
picchiatori che trascinano con la forza i detenuti, li picchiano
violentemente con calci, pugni, schiaffi, colpi di bastoni e di manganello e
quant’altro.
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Sicuramente la situazione di Sassari era
del tutto eccezionale e, pertanto, i colleghi hanno dovuto porre in essere
una disposizione di servizio. Ciò è confermato dalla presenza della
direttrice e del provveditore. Infatti il dott. Caselli in un’intervista
ha affermato che i fatti di Sassari appartengono ad una lunghezza d’onda
del tutto diversa da quella dei problemi di amministrazione del circuito
carcerario. “Ottantadue arrestati sono un numero imponente che
preoccupa,” dice il direttore del DAP “ma guai a derivare un’equazione
arbitraria: Polizia Penitenziaria uguale picchiatori”. Criminalizzare
l’intera Polizia Penitenziaria è una follia.
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E’ chiaro che la colluttazione non è
controllabile anche per circostanze di difesa personale, ma definire gli
appartenenti al Corpo picchiatori è grave.
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Nel fatto specifico è stato attuato
l’art. 41 dell’OP che prevede l’impiego della forza fisica al fine di
impedire atti di violenza e per vincere la resistenza, anche passiva,
all’esecuzione degli ordini impartiti. Non è stata elargita violenza
gratuita come qualche politico delegato per l’Amministrazione
Penitenziaria ha voluto far intendere. L’impiego della forza fisica era
l’unico mezzo per far fronte a quella straordinaria situazione.
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La criminalizzazione e il processo ai fatti
e alle persone non spetta ai mezzi d’informazione, talvolta pilotati. Non
è corretto influenzare la magistratura con interviste a detenuti o a
familiari di essi. Loro sono parte in causa e, pertanto, non liberi da
pregiudizi nei confronti di un Corpo di Polizia che, comunque, deve
garantire, mediante anche la prevenzione e la repressione, l’ordine, la
disciplina e la sicurezza. E’ necessario non influenzare la magistratura
che, al termine delle indagini, stabilirà
se violazioni ci sono state, a chi attribuire la responsabilità. Ciò
non toglie che siano stati adottati dei provvedimenti alquanto esagerati nei
confronti di persone che hanno dato tanto allo Stato. Alla notizia è stata
data un’enfasi sbagliata. Addirittura secondo delle testimonianze, il
pestaggio “l’avrebbero pianificato e ordinato ed è stato spietato”.
Questa è informazione unilaterale che scredita una delle parti direttamente
coinvolta, alla quale non è stato consentito il diritto di replica o, ancor
meglio, il diritto di confronto. Solo nei giorni seguenti, dalla notizia
bomba, finalmente la televisione e la stampa in genere si sono rese conto
che l’Amministrazione Penitenziaria e, più precisamente, la Polizia
Penitenziaria erano state escluse dal dibattito. A tal proposito sono scesi
in campo rappresentati sindacali di categoria. Il dott. Donato Capace,
Segretario Nazionale del SAPPe (il sindacato più rappresentativo della
Polizia Penitenziaria), ha riaffermato la dignità di tutti i poliziotti
penitenziari i quali garantiscono la legalità nelle carceri e la sicurezza
sociale. Il Presidente Caselli ha dichiarato che c’è il rischio di
delegittimazione del Corpo di Polizia Penitenziaria. E’ un rischio che và
combattuto poiché la Polizia Penitenziaria è composta di oltre 40.000
uomini, che ogni giorno con fatica, nel rispetto della legge, svolgono un
lavoro estremamente delicato e difficile, poco apprezzato, poco conosciuto e
sottopagato nell’interesse della collettività.
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Gli avvenimenti sassaresi sono frutto di
disinteresse politico e amministrativo.
- Caselli
ha detto che queste sono le conseguenze di un ritardo culturale di decenni.
La Polizia Penitenziaria è stanca della politica
demagogica dell’On. Corleone che in “SERATA TG1” ha dichiarato
che l’Amministrazione deve uscire “dall’ottusità”. Sicuramente
l’Amministrazione, compresa la Polizia Penitenziaria, è composta di
soggetti con larghe vedute che si adoperano per migliorare il pianeta
carcere con le esigue risorse a disposizione. Più volte ha dichiarato che
è necessario, anche da parte della Polizia Penitenziaria, attuare tutte le
misure dirette alla rieducazione e al reinserimento del detenuto. Come è
possibile rieducare in strutture fatiscenti scemate di spazi per le attività
ricreative, culturali, sportive e lavorative? Come è possibile attuare il
programma trattamentale senza educatori? L’individuazione del trattamento
costituisce uno dei cardini fondamentali del nostro sistema penitenziario.
Ciò significa tener conto delle personalità dei singoli. L’osservazione
della personalità e il trattamento sono finalizzati a studiare i
comportamenti quotidiani e a stabilire le intenzionalità future. Come è
possibile raggiungere tale scopo, se il detenuto ha un unico colloquio
all’anno con l’educatore? Come può stabilire un educatore che il
detenuto ha avuto regolare condotta e partecipazione al trattamento al fine
di modificare gli atteggiamenti che sono di ostacolo all’inserimento
sociale, se con questo non ha avuto uno scambio di opinioni?E’ in questo
meccanismo che interviene l’opera del poliziotto penitenziario il quale
assorbe le preoccupazioni, le ansie e le
angosce del detenuto. Questo è un compito demandato ad altre figure
professionali. Questa è una condizione di convenienza. Qual è il ruolo
“dell’agente” nella collaborazione all’osservazione e nel
trattamento. Mai nessuno ha chiesto lumi a una “semplice guardia” sulla
partecipazione alla vita comunitaria carceraria o sul senso di responsabilità
dell’uno o dell’altro detenuto. Comunemente, la regolare condotta e la
partecipazione al trattamento, anche se in contraddizione con la legge,
consistono “nell’accettare passivamente la vita carceraria”.
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Il dott. Cusani è sicuramente poco
informato sulla formazione degli appartenenti al Corpo. Alla Polizia
Penitenziaria non è solo richiesto di saper maneggiare un’arma, ma è
richiesta la preparazione in diritto penale, diritto processuale penale,
diritto penitenziario, norme riguardanti l’Amministrazione Penitenziaria e
il Corpo di Polizia Penitenziaria, nozioni di pronto soccorso, tecnica
operativa, deontologia professionale, tecnica della comunicazione e
quant’altro. La formazione è improntata sulla professionalità di coloro
che devono assolvere un compito difficile e delicato qual è il lavoro di
operatore penitenziario.
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Ripetutamente, i mezzi d’informazione
hanno usato appellativi, riduttivi e al limite con l’ingiuria, di
“guardia-carcere”, di “agenti di custodia” e di “secondini”.
Addirittura, il dott. Cusani asseriva che nel carcere sono presenti i
carcerati e i carcerieri. E’ vero ci
sono i carcerati, ma non è vero che ci sono i carcerieri. In carcere lavora
la Polizia Penitenziaria che garantisce la legalità. Penso che nessun
appartenente al Corpo abbia pubblicamente ingiuriato la popolazione
ristretta con la terminologia di “camoscio” e, in casi specifici, di
“camoscio d’oro”. Il paragone fra le terminologie offensive non vuole
essere uno scambio di ingiurie, ma ha lo scopo di evidenziare la gravità
dell’offesa procurata.
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Ritornando al discorso del reinserimento
sociale, quali sono le prospettive da garantire al detenuto
una volta fuori dal carcere? Quali sono le soluzioni alla devianza?
Non è possibile parlare di rieducazione e reinserimento a costo zero. In
questo senso la legge Gozzini ha
fallito, poiché non sussistono i presupposti organici, strutturali e
applicativi. E’ chiaro che qualsiasi altra riforma sulla scia della
Gozzini rimarrà lettera morta. La soluzione migliore, come qualcuno
prospetta, non è l’apertura delle galere, venendo meno alle esigenze
sociali.
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Basta con la politica demagogica
finalizzata al consenso!
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Molteplici sono le carenze che affliggono
l’Organizzazione penitenziaria italiana: il sovraffollamento delle
carceri, l’adeguamento organico del personale, le carriere del personale,
la riqualificazione delle figure professionali dell’area trattamentale,
l’organizzazione dell’area penale esterna, l’adeguamento organico
della Magistratura di Sorveglianza.
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Ci vogliono fatti, non parole!
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Quanto sopra esposto sia fonte di
riflessione per quanto di positivo è stato raggiunto nel pianeta carcere
anche grazie al contributo della Polizia Penitenziaria.
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Ai colleghi
coinvolti, nell’inchiesta del carcere di San Sebastiano, và tutto il
sostegno del SAPPe che tenacemente combatterà contro ogni sopruso affinché
la “vera giustizia” trionfi.
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Ruggero
Pastore
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