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Intervento del Ministro
della Giustizia On. Piero Fassino in occasione della Festa del
Corpo di Polizia Penitenziaria Signor
Presidente della Repubblica, Signor Presidente del Consiglio, Autorità del
Parlamento e del Governo, rivolgo
a tutti Voi il saluto e la gratitudine del Corpo
di Polizia penitenziaria e mio
personale per la vostra presenza qui oggi. Mai come quest’anno, infatti, la festa del Corpo assume un significato particolare. Le ben note e dolorose vicende di Sassari hanno richiamato l’attenzione dell’opinione pubblica e dei media sul carcere. Per tutti noi, ma in primo luogo per le donne e gli uomini del Corpo, sono state giornate difficili, nel corso delle quali si sono letti e ascoltati giudizi superficiali, valutazioni affrettate, apprezzamenti ingenerosi. Proprio per questo ho sentito il dovere di manifestare al Corpo più volte – e lo faccio ancora una volta oggi – il pieno apprezzamento del Governo e dello Stato per l’opera preziosa, difficile, ingrata a cui attendono con dedizione e impegno i 43 mila appartenenti al Corpo della Polizia penitenziaria, garantendo così la sicurezza dei cittadini e di tutti noi. E naturalmente questo stesso apprezzamento si rivolge ai direttori, ai funzionari, agli educatori, agli assistenti, ai medici ed ai volontari che prestano la loro attività negli istituti di pena. Per questo desidero esprimere un sincero ringraziamento al Presidente Ciampi e al Presidente Amato. La Vostra partecipazione qui oggi, costituisce una testimonianza concreta di quanto le istituzioni dello Stato tengano in considerazione il lavoro oscuro, difficile e prezioso svolto da queste donne e questi uomini. Oscuro e difficile perché ancora oggi, a dieci anni dalla riforma che ha sancito il passaggio dalla struttura militare degli Agenti di custodia all’ordinamento civile della Polizia penitenziaria, l’opinione pubblica sa molto poco del lavoro che viene svolto dal Corpo all’interno degli istituti. Prezioso perché la legge di riforma affida specificamente alla Polizia penitenziaria anche la responsabilità di attività trattamentali nei confronti della popolazione detenuta. In nessun altro ordinamento di un Corpo di polizia esiste una disposizione che lo coinvolge direttamente anche nell’opera di rieducazione della persona destinataria di interventi di natura coercitiva. Ha detto un uomo che ha dedicato molta parte del suo impegno al carcere: "Dietro il delitto c’è un passato, ma davanti al delitto c’è un avvenire; e in questo avvenire vive ed opera un uomo che spesso, dopo qualche tempo, è completamente diverso da quello che ha commesso il delitto". In quelle parole c’è tutto il messaggio umano e rieducativo dell’articolo 27 della Costituzione, che noi operatori della Giustizia dobbiamo sempre tenere ben impresso. Un messaggio che parla di persone e che è rivolto ad altre persone, a chi vive in carcere come detenuto, ma anche ai tanti che lavorano nelle carceri e che cercano di restituire alla società una persona nuova. E spesso dietro al recupero di un reo, ci siete voi. "Dietro", appunto, a compiere questo duro e ingrato mestiere con una presenza discreta e silenziosa. Vorrei anche approfittare della presenza degli amici giornalisti per rivolgere un appello cui tengo in modo particolare. Usare i termini "secondini", "guardie carcerarie" significa fare una cattiva informazione e non si rende un servizio utile ai cittadini. Il termine "secondini" si perde ormai nella storia; le guardie e gli agenti di custodia non esistono più dal 1990 quando con la riforma, è stato istituito il Corpo di polizia penitenziaria. E’ una questione di giustizia per il Corpo che, dopo anni di lotte per arrivare ad una smilitarizzazione, adesso non deve vedersi negato il ruolo e il nome legittimo conferitogli dalla legge. Riconoscimento che peraltro si manifesta anche a livello internazionale, come testimonia l’incarico assunto dalla Polizia penitenziaria nell’ambito delle operazioni di cooperazione internazionale per gli aiuti in Kosovo, e quello ormai prossimo in Armenia e Azerbaijan, su richiesta dell’ONU; in ambito NATO, nel recente vertice di Firenze, con il trasporto di tutta la documentazione segreta dei paesi appartenenti alla NATO. In queste settimane vi è stata molta attenzione dell’opinione pubblica, dei media e della classe politica sul pianeta carcere. Ed è certamente positivo che ciò accada. Sì, perché del carcere in genere non si parla volentieri. Anzi, diciamo pure che tende ad essere "rimosso": sia da chi considerandolo tema sgradevole preferisce dedicarsi ad altro; sia da chi – e purtroppo non sono pochi – ritiene che il carcere, proprio in quanto luogo di pena, debba essere tanto più penoso ed umiliante e, quindi, "dimenticato". La civiltà di un paese si misura anche dal grado di civiltà e dignità del suo sistema carcerario. E oggi siamo molto lontani da tale acquisizione. Basterebbe pensare al grado di fatiscenza della stragrande maggioranza dei nostri Istituti di pena; al sovrappopolamento – 53.000 detenuti per 40.000 posti-branda - che caratterizza tutte le nostre carceri; all’insufficienza – al carcere di Opera 3 educatori per 1200 detenuti! – del personale dedicato ad attività di recupero e reinserimento; alla gravosità quotidiana cui sono sottoposti gli agenti della Polizia Penitenziaria; alla scarsità di risorse a disposizione degli istituti minorili; al degrado degli ospedali psichiatrici giudiziari. Non sono mali recenti, ma discendono dall’accumularsi per decenni di carenze, distrazioni, insensibilità. Una situazione critica resa ulteriormente più grave dal modificarsi della popolazione carceraria: il 30% dei detenuti – ma al nord si toccano punte del 45-50% - è costituito da cittadini extracomunitari; il 25% è costituito da detenuti per reati connessi alla tossicodipendenza. Dati che richiamano grandi questioni sociali – l’immigrazione, la droga – che non possono certo trovare risoluzione nella dimensione carceraria, perché il carcere punisce dei reati, non sostituisce lo stato sociale. Insomma serve una "strategia", una risposta che non sia solo di emergenza, perseguendo e tenendo insieme due obiettivi: un carcere che garantisca l’effettiva espiazione della pena, tanto più per quei reati avvertiti come pericolosi dai cittadini; e, al tempo stesso – come prescrive la Costituzione – offrire a chi ha errato l’opportunità di un percorso di reinserimento che consenta, al termine della pena, di riacquisire una vita normale. A questa strategia sta lavorando il Governo muovendosi in più direzioni. In primo luogo realizzando una politica di circuiti differenziati: distinguendo tra reati che richiedono il carcere e altri comportamenti illeciti che possono essere puniti con forme non detentive di pena e di sanzione; e, all’interno del sistema penitenziario, differenziando gli Istituti di pena e la loro organizzazione per tipologia di detenuti e di reati. E’ una scelta, già avviata, che vogliamo consolidare, a partire dall’estendere il circuito dedicato ai tossicodipendenti a cui vanno offerte, sulla base di una scelta volontaria, opportunità terapeutiche. Una politica differenziata e selettiva richiede, al tempo stesso, un vero e proprio "piano regolatore dell’edilizia penitenziaria" che non solo ponga rimedio alle più evidenti condizioni di fatiscenza, ma ripensi il carcere, la sua organizzazione, il suo rapporto con il territorio e con ciò che sta intorno e fuori. Per questo abbiamo varato un pacchetto di 160 miliardi per la costruzione di 3 nuovi carceri e interventi edilizi di ristrutturazione in molti altri. Al tempo stesso stiamo operando per un consistente adeguamento di organici: abbiamo avviato le procedure per assumere 1200 educatori e personale dedito ad attività di reinserimento e 1500 nuovi agenti di Polizia penitenziaria. Con il Decreto di riforma dell’Amministrazione penitenziaria – recentemente licenziato - ci siamo dati lo strumento per modernizzare l’organizzazione delle nostre carceri e riqualificare il personale sia civile, sia di custodia. Con il nuovo Regolamento penitenziario – licenziato venerdì dal Governo e che sostituisce una normativa ormai obsoleta del ’76 – si riorganizza la vita nelle carceri, restituendole dignità umana e puntando a fare del carcere anche un tempo di lavoro, di formazione, di cura per chi è ammalato. Con la legge sul lavoro in carcere – definitivamente approvata dal Parlamento in questi giorni – e con la legge, in via di approvazione, sulle detenute madri, si rafforza ulteriormente l’azione per il recupero e il reinserimento. Nella stessa direzione si muovono la riforma degli ospedali psichiatrici giudiziari, che sarà presentata entro luglio, e la sperimentazione – insieme alle Regioni – di nuove modalità di organizzazione della sanità carceraria. E lungo la stessa linea stiamo operando nel settore minorile. E al tempo stesso siamo impegnati a rafforzare l’esecuzione extracarceraria delle pene, che già oggi vede 30.000 persone espiare il loro reato in condizioni di affidamento. Scelte che dovranno trovare riscontro coerente nella prossima Finanziaria, prevedendo le risorse necessarie per dare realizzazione a questa politica. Scelte che saranno tanto più efficaci in quanto vengano approvati provvedimenti di riforma della legislazione e dell’ordinamento giudiziario all’esame del Parlamento. Come vedete, impegni seri che il Governo – e il Ministro della Giustizia personalmente – intendono perseguire con determinazione, per rendere più efficace l’importante azione di riforma intrapresa in questi ultimi anni, soprattutto dai miei predecessori Flick e Diliberto, che ringrazio di essere qui oggi con noi. Permettetemi di estendere ancora una volta un ringraziamento a tutti voi e ai vostri familiari, che condividono ogni giorno le ansie, le difficoltà e le paure di un lavoro complesso e pericoloso come il vostro. Nelle scorse settimane, leggendo nei vostri volti tutto il dolore e tutta la rabbia per come veniva messo in discussione l’operato dell’intero Corpo, ho pensato ai familiari di coloro che sono stati uccisi nel nome del Corpo e delle istituzioni. Uomini che hanno servito lo Stato con supremo sacrificio di sé e che sono la testimonianza, tragica e grande, di quanto la vostra presenza e la vostra attività sia essenziale per la sicurezza dei cittadini. Di tutto ciò a nome del
Governo, ma credo di poter dire dell’Italia intera, vi ringrazio. |