RASSEGNA STAMPA
"CASO SASSARI"

Quel
che si sa
e si finge di non sapere
di Adriano Sofri
Ma tutto questo Alice non lo sa. Alice non sa che nelle
carceri è ancora normale picchiare le persone, fuori da ogni esigenza di «contenimento».
Alice non sa che i detenuti non denunciano pressoché mai le violenze subite,
per paura delle ritorsioni. Alice non sa che gli agenti penitenziari vivono
spesso in condizioni umilianti di abitazione, di vestiario, di informazione.
Alice non sa che l'uso delle carceri come uno zoo senza pubblico forza gli
agenti a un ruolo di guardiani di animali incattiviti.
Alice non sa che qualunque autorità al ministero della Giustizia si scontra con
l'inerzia delle abitudini e delle resistenze corporative. Alice non sa che in
nessun paese d'Europa il rapporto fra personale di custodia e detenuti è così
alto a favore dei primi, e così dilapidato in organizzazione e compiti
insensati. Alice, a distanza di anni, non sa nemmeno che gli agenti si chiamano
agenti, e non «secondini», «guardie» e simili, e nemmeno, com'era
obbligatorio per i detenuti, «superiori». È una questione di nomi, certo, ma
non di eufemismo. Se c'è un posto in cui i nomi sono importanti, per tutti, è
la galera. Alice non si chiede che umanità può crescere in edifici brutti e
grevi in cui corpi di disgraziati e di malati privi di qualunque pericolosità
sono buttati per venti ore al giorno dentro gabbie chiuse, e gli agenti sono
adibiti al controllo corporale di quei buttati.
Alice non sa che delle «riforme» hanno sancito che la polizia penitenziaria
sia parte del «trattamento» risocializzante dei detenuti, ma non gliene hanno
dato alcuno strumento, lasciandola a metà strada fra il vecchio mestieraccio
(di «squadrette» di picchiatori o di bravi secondini dal cuore umano) e il
nuovo, senza cuore e col richiamo in servizio periodico allo «sporco lavoro».
Alice non sa che l'ignoranza spettacolosa con cui parla di questi problemi è la
stessa con cui parla e spesso pontifica di altri cruciali problemi, la
sicurezza, l'immigrazione, le polizie, la certezza della pena. A loro volta,
alcuni rappresentanti degli agenti parlano dei loro problemi sindacali o della
loro dignità professionale nel giorno degli arresti di Sassari, come se ciò
avesse a che fare, o addirittura giustificasse, il gusto dei pestaggi e delle
torture di massa contro persone recluse. Oppure parlano dei detenuti che «a
Benevento hanno brindato», come per ricattare autorità e opinione: guardate
che se si procede contro i nostri reati, si diventa complici dei delinquenti. Io
non so che si sia brindato: ben altro sapemmo, da Benevento. Ma aggiungo,
all'altra Alice, che se dei detenuti avvezzi a vedere impunita la brutalità si
rallegrano della circostanza in cui una violenza sciaguratamente grave viene
punita, c'è poco da stupirsi. Alice non sa nemmeno che la gran massa di
poveracci che fa il tutto esaurito nelle galere italiane si contraddistingue per
un'aggressività nutrita dal carcere, ma autolesionista: siano pubblicate le
cifre dei tentati suicidi, e delle ferite e mutilazioni che i detenuti senza
valore, a cominciare dagli stranieri, si infliggono per speranza o per
disperazione. Alice sa, forse, che gli operatori civili nelle carceri sono un
numero oltraggiosamente ridicolo. Sa, forse, che una persona, dal momento in cui
entra in galera, non ha difesa alcuna dai possibili arbitrii, e più è povero e
ignoto, più è in balia di ogni offesa. Che non esiste un difensore civico, né
una trasparenza, una visitabilità, del basso ventre del carcere, che nessuna
esigenza generica di sicurezza benintesa impedirebbe. E così via.
Voglio ricordare una cosa. Un'indagine sulle carceri, che abbia il respiro
civile delle grandi inchieste nazionali di una volta, mille volte promessa e mai
neanche tentata, troverebbe un capitolo peculiare nella documentazione della
formazione, cultura e mentalità del personale penintenziario attraverso i «rapporti»
scritti. Migliaia e migliaia di documenti rivelatori dell'esistenza quotidiana
di carcerieri e carcerati nelle galere, delle norme cui si ispirano, del modo in
cui vengono interpretate. Non penso affatto a una lettura punitiva, e tanto meno
scolastica, di questo materiale (fatale, peraltro: un «rapporto», anche il più
infondato, esclude automaticamente per almeno sei mesi da ogni beneficio di
legge, e spero che Alice si figuri che cosa vuol dire), e, ovviamente, penso a
una lettura anonima. E magari, per ulteriore garanzia, riservata a una
commissione parlamentare o ad hoc. Nessuno ha mai preso in considerazione questo
invito.
Alice non lo sa. Non lo vuole sapere. Aspettiamo la prossima iradiddio. Solo
ora, infatti, sulla scia di Sassari, si sente parlare anche «nel continente»
di Luigi Acquaviva, impiccato in una cella del carcere di Nuoro. Il participio
passato è utile, perché vale sia per il riflessivo «impiccarsi» che per il
transitivo «impiccare». Alice, senti: abbonati a un giornale che si chiama «Badu'e
Carros oltre il duemila», lo fa il «gruppo di redazione» dell'Alta Sicurezza
di Nuoro. Così, per saperne un po' di più.
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